Addio a Paul Motian

Paul Motian se n’è andato.
Così un altro importante elemento del jazz – sia quello storico, sia quello attuale – lascia vuoto un posto di primo piano nella storia e nell’arte di questa forma musicale.

La carriera di Motian è stata lunga e carica di soddisfazioni fin dal periodo 1956/1964, quando ha legato il suo nome ad uno dei sodalizi musicali più celebri (e celebrati) di tutti i tempi, ovvero il trio con Bill Evans e Scott LaFaro, sostituito poi da Chuck Israels. E’ proprio qui che Motian ha posto le basi per la “liberazione” del ruolo della batteria dal mero compito di accompagnamento, andando ben oltre la funzione di metronomo e  caricando il proprio strumento di valenze melodiche e coloristiche.
Da allora le collaborazioni del batterista di Philadelphia – che danno origine ad una discografia di altissimo livello –  sono innumerevoli e molto caratterizzate, anche per il suo lavorare sia in ambito classico (con Coleman Hawkins o Oscar Pettiford), sia ambito avanguardistico (con Charles Lloyd e Pharoah Sanders). Sicuramente da ricordare i lavori con i pianisti Paul Bley, Keith Jarrett, Lennie Tristano, Jason Moran, con muscisti come Don Cherry e Carla Bley e le molte incisioni con Charlie Haden nelle quali è ben evidente l’ottimo interplay con il contrabbassista. Molto curiosa la sua collaborazione con il folk-singer Arto Guthrie con il quale è arrivato ad esibirsi anche a Woodstock.
Grande rimpianto è l’aver rifiutato a fine anni ’60, nell’ultimo quartetto di John Coltrane, il posto che fu invece di Rashied Alì.

Dalla metà degli anni ’70, incidendo per le più prestigiose etichette, ha sempre condotto vari gruppi a proprio nome nei quali hanno militato personaggi quali Joe Lovano, Lee Konitz, Enrico Pieranunzi, Marilyn Crispell, Geri Allen, Dewey Redman, Alan Pasqua, Bill Frisell (ottimo il trio con lui e il già citato Joe Lovano). Forse in virtù del fatto che proprio la chitarra è stato il suo primo strumento, agli inizi degli anni ’90 Motian ha fondato la Electric Bebop Band, formazione molto importante in quanto è stata base di lancio per moltissimi giovani musicisti, che comprendeva, oltre al batterista e ad un bassista, un sax (Chris Potter, Joshua Redman, Chris Creek) e due o tre chitarristi elettrici quali Steve Cardenas, Kurt Rosenwinkel, Ben Monder, Wolfgang Muthspiel o Brad Shepik. Nonostante l’ambito “elettrico” non c’è alcuna connotazione jazz-rock, anzi, la band è impegnata in una riproposizione originale e particolarmente incisiva dei vecchi standard dell’era bop.

Nonostante una costante spinta innovativa che ne ha fatto uno delle figure più importanti del drumming in ambito jazz, Motian – persona scostante nella vita, quanto coinvolgente sul palco – non era quello che si definisce un virtuoso: non possedeva una tecnica eccelsa, ma aveva invece un’altissima capacità di introspezione, in grado di produrre una poetica molto personale caratterizzata da un senso lirico della misura e da una scarna ma efficace azione timbrica che riuscivano ad arrivare all’essenziale del brano e del suo intrinseco significato. Proprio per questo e per la sua capacità di giocare con le sfumature, costruendo dinamiche rarefatte e tessiture melodiche preziose, Motian va sicuramente posto tra il ristretto cerchio degli innovatori della batteria assieme a grandi quali Billy Higgins, Elvin Jones, Tony Williams e Roy Haynes.

Qui su jazzer dove ho parlato di lui.


4 commenti

  1. Ho appreso con grande tristezza la notizia della morte di Paul Motian.
    Ho sempre amato moltissimo i batteristi e Paul Motian nel mio universo musicale ha sempre avuto un posto speciale.
    Perchè, come giustamente hai ricordato, egli ha fatto di alcuni piu’ interessanti gruppi della storia del jazz: dal grande trio con Evans e LaFaro, al quartetto americano di Jarrett, al trio con Lovano e Frisell e a tanti altri splendidi lavori con Paul Bley, Charlie Haden, Gary Peacock, solo per citarne alcuni, nonché ai vari progetti che ha guidato.
    Ma anche perchè Motian è stato anche parte essenziale nello sviluppo della concezione dell’interplay all’interno del piano-trio. Oggi siamo frequentemente abituati ad ascoltare pianoforte, batteria e contrabbasso che si muovono pariteticamente all’interno del discorso musicale, trio di Jarrett in primis, ma questa pratica è iniziata con il cosiddetto “Golden Trio” di Bill Evans.
    Altro motivo è la sua personalissima ricerca musicale sul proprio strumento, trasformato in un mezzo per “colorare” delicatamente la musica. Motian usava la batteria così come un fotografo “usa” la luce per dare il significato desiderato al suo scatto.
    In definitiva, Paul è stato un grande batterista, un innovatore, un eccelso bandleader e un valido compositore.
    Ricordo oggi con grande piacere l’unica occasione che ho avuto modo di vederlo. Credo fosse nel 1997. Venne ad esibirsi con la sua Electric Be Bop Band nel più importante teatro di Genova.
    Lui stava lì, schivo, dietro la sua batteria, lasciando tutti gli assoli ai suoi validissimi collaboratori, ma la sua rigorosa concezione musicale faceva sì che il suono sussurrato dei suoi piatti e dei suoi tamburi fossero sempre al centro della scena.
    Grazie per averlo ricordato.

  2. Grazie a te per il commento, con il quale concordo. Anche io lo vidi con la Electric Be Bop Band, ma – purtroppo – ho assistito ad una performance pessima. Lui sovogliatissimo e con pochissima ispirazione si è limitato a cincischiare con i piatti e niente più. Ricordo invece gli ottimi Potter e Cardenas a tenere in piedi il concerto e un fenomenale bassista… purtroppo non ricordo chi era! Peccato!

  3. Nel concerto che ho visto il bassita era Anders Christensen ma al posto di Potter c’era Tonolo (nel precedente commento ho detto che forse eravano nel 1997 ma, ripensandoci, sono praticamente certo che fosse nel 1999).

  4. Sì Sciabar, anche io mi ricordo Tonolo con Potter (anche perché dalle mie parti gioca in casa!). Il bassista proprio non so, ma sicuramente non era Christensen perché era americano. L’anno proprio non ricordo…

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