Claudio Cojaniz: dal vivo 26/03/2006, Villa Allegri, Mira
Pubblico davvero di pochi eletti quello di ieri sera; nel piccolo ma accogliente salone di Villa Allegri, infatti, i posti a sedere erano appena una trentina e l’atmosfera era quella un po’ snob e freddina di chi vorrebbe sentirsi “elite”. Atmosfera che viene ben presto infranta e riscaldata da Claudio Cojaniz, con la sua schiettezza e tutta la forza evocativa del suo pianoforte. Perché a questo “contadino prestato al jazz” – così lui stesso si definisce – basta davvero poco per coinvolgere il pubblico con l’energia espressiva che contraddistingue il suo approccio alla musica. Sempre che il pubblico si lasci coinvolgere e abbandoni quella sua irritante aria compassata. Ma questa è un’altra storia…
“Coinvolgere” dicevo, ma oltre a questo Cojaniz ha saputo anche sorprendere: lo conoscevamo pianista permeato dal blues e dalle musiche di Thelonious Monk – non per nulla la serata era proprio in omaggio al musicista statunitense – ma queste due fonti d’ispirazione sono state solo sfiorate, o meglio, evocate. Complice la serata “conviviale” dal clima raccolto, il pianista friulano ha presentato un programma che si può definire una sorta di mix tra alcuni classici brani della tradizione jazz, alcuni brani originali e una interessante digressione nella canzone d’autore italiana e non solo.
Per chi non conoscesse Claudio Cojaniz dirò soltanto che proviene da importanti studi accademici che gli hanno lasciato in eredità un tocco pulito e particolarmente incisivo; si è avvicinato al jazz solo negli anni ’90 nei quali inizia ad incidere con un corregionale, l’ottimo contrabbassista Giovanni Mayer al quale si aggiunge ben presto il batterista U.T. Ghandi.
Cojaniz continua a dividersi tra musica classica con interpretazioni di brani di Bach e dei virginalisti inglesi, ma non risparmia il blues e la ricerca delle origini del jazz, fino alla scoperta di Monk al quale dedica due ottimi dischi, Blue demon in piano-solo e Romantic circle in trio con Carlo Franceschinis e Nello Da Pont entrambi usciti per la Splasc(H) records. Da citare anche le incursioni nel free-jazz come testimonia l’omaggio a Ornette Coleman War orphans – in duo col trombonista Giancarlo Schiaffini – uscito per la Caligola records nel 2004.
Tornando al concerto pare quasi che Cojaniz abbia impiegato la prima parte a studiare la sensibilità dello strumento e dei convenuti proponendo soprattutto brani dalla spiccata cantabilità e scorrevolezza, quasi ricercando la migliore melodia possibile. Ottima da questo punto di vista la delicata riproposizione della Canzone dell’amore perduto di De Andrè. Ma Monk non se n’è andato, stava aleggiando nell’aria ed infatti spunta il suo zampino nel finale di tempo quando Cojaniz si lancia in una improvvisazione in pieno stile rag-time (per la serie “non sparate sul pianista”!) che sfocia nella famosa Blue Monk.
La ripresa dopo la pausa riserva la cosa più bella del concerto, ovvero una interpretazione da brividi e carica di pathos di Naima di John Coltrane. E anche se una tellurica Caravan o un brano decisamente free palesano il suo dinamismo e la sua intelligenza improvvisativa, è nei brani lenti che il pianista sembra particolarmente ispirato: brilla fra tutti lo splendido finale di Gracias a la vida di Violeta Parra struggente canzone d’amore resa da Cojaniz con particolare senso drammatico.
Ottimo concerto, con un approccio morbido al pianoforte, piacevolmente sospeso tra derive poppeggianti – affrontate comunque in un’ottica improvvisativa – e una granitica ispirazione jazz per un pianista che meriterebbe di essere seguito con maggiore attenzione e costanza.

[...] avere qualche spunto in più su Cojaniz avevo scritto qui di un suo disco e qui di un suo [...]
Scritto da jazzer — In Cojaniz we trust! | agosto 3rd, 2010.