
foto di Vincent Lignier
Bobo Stenson: dal vivo 16/11/05, auditorium Pollini, Padova
Bobo Stenson nella storia del jazz europeo rappresenta quella che solitamente si definisce una “figura chiave”. Nato in Svezia nel 1944, fin dagli ultimi anni ’60 balza agli onori della scena jazzistica prima per essere l’accompagnatore di tanti musicisti statunitensi di passaggio nel vecchio continente, poi per le numerose e fruttuose collaborazioni con un gran numero di connazionali. Ciò gli ha consentito di fatto di contribuire alla definizione delle coordinate del jazz scandinavo che, soprattutto in quel periodo, ha avuto una buona parte nella più ampia formazione del jazz in Europa. Dal primo album a proprio nome – Underwear, inciso per l’ECM nel 1971 – Stenson ha iniziato una fruttuosa collaborazione con l’etichetta di Monaco che è tuttora ininterrotta.
Pur essendo molto presente in dischi di altri – soprattutto di Charles Lloyd, Jan Garbarek, Tomasz Stanko – la produzione a proprio nome è tutt’altro che cospicua potendo contare sostanzialmente su cinque titoli, tra cui l’ultimo Goodbye con Jormin e Motian, incisi tutti con il proprio trio che resta la sua formazione d’elezione. Proprio in virtù di ciò, questo concerto padovano di piano-solo assume un interesse del tutto particolare.
Dal punto di vista stilistico Stenson si ispira abbastanza chiaramente a Bill Evans pur riuscendo comunque a trovare un’espressività del tutto personale, privilegiando in particolar modo l’aspetto più intimistico della musica; il pianismo di Stenson è improntato soprattutto sulla melodia che procede spesso in modo non lineare ma con lampi di luce e zone d’ombra, con un estremo controllo della dinamica che viene raramente enfatizzata. Il tocco è morbido e brillante; il controllo della tastiera serve a smussare i contrasti e a dare un’impronta di classicismo che bene si sposa con l’austerità dell’Auditorium Pollini la cui buona acustica si è fatta apprezzare per l’ascolto del suono naturale senza alcuna amplificazione.
Stenson inizia la sua performance in modo meditativo: la mano sinistra si concentra su una serie ripetuta di accordi, spesso ribattuti, mentre la destra ha la libertà di lavorare su scale, tanto lentamente quanto crudelmente in attesa di una risoluzione che tarda ad arrivare. Ma la trasformazione è sottilmente in atto e arriva sotto forma di una canzone leggera, una “danza sospesa” molto poetica ed evocativa, un motivo che forse richiama gli ambienti della nativa Svezia. C’è in questo tutto il pianismo di Stenson: leggerezza – non povertà – espositiva, forte attenzione alla timbrica, accentuazione dell’analisi introspettiva che come conseguenza porta ad una pressoché totale assenza di swing. Il secondo brano ha un andamento rapsodico ed è piuttosto complesso nell’armonia: Stenson si concentra in modo particolare sulla parte centrale della tastiera cercando di lavorare per far risaltare soprattutto il ritmo, ma a mio parere questo è l’aspetto del suo modo di suonare che meno convince. La carenza sta proprio nella scarsa spinta ritmica che in questa occasione si fa maggiormente sentire per la mancanza di dialogo con un altro strumento – batteria o contrabbasso che sia – come succede invece nel trio.
Il concerto prosegue con una lunga e frammentata improvvisazione di circa mezzora decisamente difficile da seguire e da interpretare: Stenson procede per cellule ritmiche e melodiche che vengono giustapposte – non senza qualche leziosità – l’una accanto all’altra e sviluppate in modo che ognuna vada a collidere o a fondersi con la successiva. La complessità è notevole perché all’ascoltatore è praticamente richiesto di seguire uno stream of consciousness che alla fine, dispiace dirlo, non lascia un ricordo particolarmente vivo. Dopo questa lunga digressione il rischio era quello di non poter uscire dalla quasi dolorosa immersione nella propria essenza di musicista, invece Stenson proseguendo ha fatto trasparire un altro aspetto di sé: nel quarto e penultimo brano ha privilegiato gli aspetti più cameristico del suo stile, tanto da annullare qualsiasi confine tra l’improvvisazione tipica del jazz e la pulizia espressiva più classica – penso a nomi quali Schubert e Brahms – pur senza usarne le strutture codificate. E lo ha fatto con gran classe e con una forte caratterizzazione personale.
L’ultimo brano è anche quello che a mio parere rappresenta in modo migliore l’arte di Stenson. Si tratta di un tema struggente e con una particolare atmosfera, ma la cosa che colpisce è la sua duplice natura di liricità e immediatezza: da una parte abbiamo la melodia, molto spirituale, che va dritta al cuore, dall’altra una – finalmente puntuale – scansione ritmica che, sfruttando una serie di pedali, riesce a “far battere il piede” così da legare introspezione ed espressività. Dopo un bis anch’esso molto interessante – potrei sbagliarmi ma credo si trattasse di Alfonsina – il concerto si è concluso tra gli applausi, giustamente tributati ad un musicista originale e coraggioso, magari non troppo visibile ma che vale la pena di conoscere.

Lo sapevo, volevo sentirlo dal vivo e’ difficilissimo che capiti in Italia, porca miseria
Q
Scritto da quoyle | novembre 21st, 2005.
c’è un altro concerto a Roma il 28 gennaio. Suona con il trio. Mi spiace solo che non ci sarà Christensen, il più grande batterista europeo a mio parere. Io parto da lontano per andarlo a sentire, e scommetto che ne varrà la pena. vi farò sapere… Buona musica
Scritto da tom | gennaio 24th, 2006.