Sun Ra: Piano recital Teatro La Fenice, Venezia (Golden years – 2003)
Sun Ra: l’uomo che diceva di venire da Saturno, colui che è riuscito a mantenere nascosta la sua identità e che solo alcuni ricercatori sono riusciti – e neppure in modo sicuro – a riconoscere in Herman Poole Blount nato a Birmingham (Alabama) il 22/05/1914.
Sun Ra: il “tipo strano”, che si presentava travestito, o forse per lui semplicemente vestito come ci si veste nel suo pianeta, con indumenti “spaziali” o ispirati all’antico Egitto, con costumi improponibili, lucenti, dorati, carichi di lustrini e ammennicoli vari.
Sun Ra ha avuto e ha tutt’ora le carte in regola per essere considerato una figura mitica, una leggenda. Ed è effettivamente un uomo ed un artista isolato, fuori dal tempo e dagli schemi, occupando – fino alla sua morte avvenuta nel 1993 – un posto unico nel panorama musicale mondiale, una nicchia del tutto personale che davvero in pochi hanno potuto condividere, primi tra tutti alcuni suoi fedelissimi musicisti come i saxofonisti John Gilmore e Marshall Allen. Una nicchia che comunque non aveva confini ben definiti che travalicava i generi tanto che egli stesso diceva sovente che la sua musica non era solo jazz, era un insieme di generi, era un’esperienza psichica.
Il giudizio dei critici è sempre stato controverso, oscillando tra chi, soffermandosi al kitsch, lo liquida come pittoresco a chi, andando più a fondo nello scoprire l’essenza della sua musica, lo giudica un genio, un innovatore che si è posto il fine di rinnovare la grande tradizione del jazz – che conosceva alla perfezione – pur senza rinnegarla. Che sia pittoresco è innegabile, ma è altrettanto vero che la sua essenza musicale è profonda, le sue radici salde e gli sviluppi della sua musica hanno una poetica intensa pur se non proprio facili da comprendere.
Rivelatosi piuttosto tardi a quarant’anni, è dapprima attivo a Chicago con molti gruppi a suo nome le cui formazioni variavano di continuo, poi dalla fine degli anni ’50 a New York con la sua Arkestra anch’essa in perenne mutazione sia d’organico, sia di nomi (Solar Arkestra, Myth Science Arkestra, Astro Infinity Arkestra). Questo cambio di città ha sicuramente influito sul suo modo di fare musica: infatti se dapprima la sua scrittura, influenzata dal suo primo maestro Fletcher Henderson, era soprattutto riconducibile alle grandi orchestre swing ed insieme ad un tardo bop di impronta sinfonica in cui mischiava la tradizione con l’eccentricità, la libertà espressiva con la concretezza del blues, il suo approccio con l’ambiente newyorkese ha coinciso con una maggiore astrazione e un’adesione al movimento free perfettamente adatto al suo modo di intendere la musica. Ha così maggiore spazio l’estremizzazione della componente esotica, fantastica, il concetto della performance come esperienza totale, mistica e la sua Arkestra diventa quasi un credo, un modo di vivere in contrapposizione con la mediocrità del vivere comune. Sun Ra è comunque una figura troppo complessa e dibattuta per poterne parlare diffusamente in una semplice recensione, soprattutto di un disco come questo molto diverso dalla sua consueta produzione.
Infatti, nella selva di dischi, alcuni rarissimi, prodotti da Sun Ra, questo Piano recital – che riporta integralmente la serata del 24/11/77 al teatro La Fenice di Venezia – è uno dei pochi dove egli compare come solista senza alcun accompagnamento della sua orchestra; diventa così un disco imperdibile per capire l’essenza artistica del musicista messa quasi a nudo dal confronto solitario con il suo piano. Così si comprende con che forza sia in lui presente la dualità tra aria e terra, tra evoluzione e tradizione, tra l’inclinazione a dirigersi verso territori astratti e voler saldamente rimanere attaccatati alla concretezza. E’ proprio in questi termini che si apre il concerto: una libera improvvisazione a cui segue un blues, altrettanto improvvisato, contraddistinto da un energico lavoro di scansione ritmica della mano sinistra e dall’invenzione dei giri della destra. Seguono due brani già noti, la sognante Love in outer space con il lungo pedale sempre della mano sinistra su cui improvvisare in modo multi-ritmico, e Outer spaceways inc. dove si apprezza a pieno l’avanzata concezione free del suo autore, tra cambi di ritmo e di tonalità.
Dopo tre omaggi assolutamente personali alla tradizione swing, tra cui una tellurica Take the “A” train in cui vengono esplorate tutte le potenzialità della tastiera, il concerto si chiude con un’accattivante Angel race di cui Sun Ra canta il testo e con un’altra improvvisazione decisamente astratta, ottenuta con la contrapposizione di cluster e di cascate di note, preceduta dal seguente invito “I want to invite you to attend a party in 1980 on Jupiter!”. Il calore del pubblico richiama l’artista sul palco per una splendida versione di Honeysuckle rose di Fats Waller, ancora in bilico tra la resa della melodia e il bisogno quasi impellente di solcare spazi inesplorati, e un riflessivo medley finale.
Confesso che non tutto ciò che ho ascoltato di Sun Ra mi è piaciuto, trovandolo spesso inutilmente cerebrale ed auto-celebrativo, ma questo Piano recital è un ottimo disco che fa scoprire un aspetto nuovo di questo artista e soprattutto ne certifica a pieno l’onesta intellettuale.
- Free improvisation
- Blues
- Love in outer space
- Outer spaceways inc.
- Take the “A” train
- St. Louis blues
- Penthouse serenade
- Angel race
- Free improvisation
- Honeysuckle rose
- Friendly galaxy / Spontaneous simplicity
registrazione dal vivo del 24/11/77 al teatro La Fenice di Venezia

Questo disco è un capolavoro
Scritto da MarcAvant | luglio 17th, 2007.