Il pianismo carsico di Claudio Cojaniz

Claudio Cojaniz trio: Romantic circle (Splasc(H) records – 2002)

Claudio Cojaniz è come la sua terra, sembra arida ed impenetrabile, ma nasconde un cuore generoso e fecondo e proprio come la gente friulana se si mantiene diffidente all’inizio, una volta che si è instaurata una certa confidenza, rivela il suo vero carattere fatto di dolcezza, solidità e concretezza.
La musica di Claudio Cojaniz è come la sua terra e non potrebbe essere altrimenti vista la stretta connessione che esiste tra essa e il musicista che descrive se stesso come “un contadino prestato al jazz”. A questo forte, determinante e imprescindibile – simbiotico verrebbe da dire – legame di radicamento culturale, si aggiungono una lucida ed intelligente visione delle cose che consente a Cojaniz non solo una razionale lettura della realtà ma anche del suo fare musica, e una pressante spinta verso una ricerca intellettuale che porta il pianista a scavare ben al di sotto della superficie per mettere a nudo, senza spiegare o rendere troppo palese, quella che è la profonda essenza poetica del suo sentire; così Cojaniz, che lo si ascolti dal vivo o in un CD, richiede attenzione, non ammette distrazioni perché è più ciò che sottintende rispetto a quello che esprime.
A livello puramente jazzistico gli strumenti che Cojaniz si è dato per arrivare a tutto questo sono sostanzialmente due: il blues e la musica di Thelonious Monk. Il blues perché sta alla base del jazz (“come il vino si ‘fa’ con l’uva, così il jazz si dovrebbe ‘fare’ con il blues” – sono parole sue *), Monk perché più di qualunque altro compositore ha saputo muoversi nel blues e nello swing e trovare la propria strada originale nella piena libertà espressiva, spingendo chi vuol veramente suonare le sue composizioni non ad una sterile imitazione, ma alla rivelazione di se stessi proprio tramite esse. Il lavoro di Cojaniz tende proprio a questo e si concretizza in un pianismo solido e corposo, dove il virtuosismo, mai apertamente ostentato, è mezzo per sintetizzare gli stili espressivi quali lo stride piano, il blues, l’improvvisazione più visionaria.

Questo Romantic circle è la fusione di tutto questo: nel totale degli otto brani – tre sono firmati da Monk, quattro dal leader stesso e uno da Misha Mengelberg, altro pianista fortemente influenzato dal compositore del North Carolina – l’atmosfera che si respira è decisamente di serena concentrazione, di progressiva scoperta e liberazione dello swing interiore. E proprio questa è la base di partenza su cui costruire i brani che denotano l’evidente abilità improvvisativa, non solo del pianista ma di tutto il trio, capace di partire dal classico giro di blues per giungere ad astrazioni assolutamente free, come nella conclusiva title track. Ed è sempre il blues a farla da padrone, più sanguigno in brani quali Almost, almost o Hackensack dove la ritmica spicca per inventiva e brillantezza, più riflessivo – quasi doloroso – in Edy-brown tortillas, oppure contaminato da altre suggestioni come nell’accompagnamento “africaneggiante” di Da Pont in In walked Bud. Cojaniz, con rara intensità, swinga senza sosta tanto che è chiaro come ciò non sia una posa ma un qualcosa che gli arriva dal di dentro, quasi una necessità; maltratta il pianoforte pestando sui tasti, ma sa anche essere delicato ed evocativo come in Big mama o Hymn to a drunkard – dove si apprezza il dialogo con Franceschinis – e soprattutto sa comunicare perfettamente con i suoi partner, entrambi abilissimi nel supportare il leader con un solido apporto ritmico e timbrico e allo stesso tempo nel fornire assoli, stimoli e idee per proporsi come forza irrinunciabile e caratterizzante del trio.

La musica di Claudio Cojaniz è come la sua terra, carsica, dove le emozioni scorrono in rivoli sommersi ma che è facile far sgorgare usando il romanticismo – “romantic” appunto – il quale nulla ha che vedere con il sentimentalismo: qui ciò che conta è fare le cose bene, come devono essere fatte, con una passione ed intensità che solo degli artisti pienamente coinvolti con la mente e il cuore riescono ad impiegare; Cojaniz – e certamente anche Franceschinis e Da Pont – rientrano a pieno titolo in questa schiera e ne hanno dato completa dimostrazione con questo disco splendido.

* intervista a Jazzit – n.11 luglio/agosto 2002

  1. Almost, almost
  2. Big mama
  3. Light blue
  4. In walked Bud
  5. Edy-brown tortillas
  6. Hymn to a drunkard
  7. Hackensack
  8. Romantic circle
Claudio Cojaniz: pianoforte
Carlo Franceschinis: contrabbasso
Nello da Pont: batteria



3 commenti

  1. [...] a Monk” di Claudio Cojaniz: domenica 26/03 ore 21 villa Allegri a Oriago di Mira. Ne parlavo tempo fa: Cojaniz, friulano, è uno dei più originali e sottostimati pianisti italiani. Il suo pianismo è [...]

  2. [...] del jazz, fino alla scoperta di Monk al quale dedica due ottimi dischi, Blue demon in piano-solo e Romantic circle in trio con Carlo Franceschinis e Nello Da Pont entrambi usciti per la Splasc(H) records. Da citare [...]

  3. [...] avere qualche spunto in più su Cojaniz avevo scritto qui di un suo disco e qui di un suo [...]

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