Silvius Leopold Weiss: Tombeau (E lucevan le stelle records)
Forse non è corretto che l’attualità entri anche in ambiti più specifici, quali quello della critica musicale, ma non posso fare a meno di collegare la mia scelta musicale di questo mese – peraltro, con uno strano scherzo del destino, già decisa in precedenza – con quanto è successo nel sud-est asiatico. Lo impone almeno la coscienza. Così la profonda mestizia del Tombeau sia l’accompagnamento funebre di tutte quelle persone di ogni nazione e fede che hanno trovato la morte per effetto di quel tragico evento.
Ma andiamo per ordine dato che sono molti gli argomenti introdotti da questo disco.
La prima cosa che colpisce è l’estrema cura con la quale la casa discografica E lucevan le stelle records, piccola etichetta marchigiana specializzata in musica antica, ha realizzato questo disco; un suono pulitissimo ed intenso, un libretto molto esauriente, anche se soggetto al malvezzo di alcune etichette di non indicare in nessun modo l’anno di edizione. La suggestiva copertina merita una menzione: si tratta di un particolare della Pollarola, dipinto attribuito a Jacopo Chimenti, artista fiorentino vissuto nel periodo di passaggio tra la cultura del ’500 e ’600, la cui pittura possiede alcune delle caratteristiche peculiari anche della musica di Weiss, ovvero l’eleganza delle forme e la chiarezza e il rigore dell’esposizione, pittorica e musicale.
Silvius Leopold Weiss – nato a Breslau (ora Wrocław) nel 1686 – si può considerare il più grande liutista della sua epoca e probabilmente di tutti i tempi. Attivo già agli inizi del ’700 come liutista di corte a Dusseldorf, si unisce al viaggio d’esilio della regina Maria Casimira di Polonia verso Roma, dove soggiornerà a lungo, e grazie alla frequentazione di Alessandro e Domenico Scarlatti, di Corelli e del coetaneo Händel potrà assorbire la cultura italiana e cosmopolita che si respirava all’epoca nella “città eterna”. Nel 1718 viene nominato musicista di camera a Dresda, alla corte di Augusto II, nuovo re di Polonia; qui Weiss pur non rinunciando a viaggiare per l’Europa – lo troveremo infatti a Londra, Vienna, Monaco, Praga e Lipsia – lavorerà fino al 1750, anno della sua morte. Dresda, che possiede una delle migliori orchestre d’Europa, è ancora una volta un ambiente culturale stimolante dove Weiss acquisisce una larghissima fama sia come interprete che come compositore. La sua abilità di improvvisatore è seconda solo a quella di Johann Sebastian Bach a lui contemporaneo, e le sue raccolte di opere sono sparse per le biblioteche di mezzo mondo, quasi a rispettare la sua indole di viaggiatore, peraltro frequente nei suonatori di liuto dell’epoca.
Il liuto è strumento di origine antichissima: già presente nell’iconografia egizia, ne riconosciamo il suo prototipo moderno nelle fonti arabe attorno al IX secolo per poi divenire uno degli strumenti più diffusi e usati nelle corti europee, soprattutto italiane, per le sue peculiarità di maneggevolezza e suono che lo rendevano adatto ad accompagnare danze o la voce solista. Caduto in disuso già dalla metà del ’700 è stato riscoperto solo recentemente con il nuovo interesse per la musica antica. Ed è proprio un piacere poter riascoltare il suono fluido ed incisivo di questo strumento capace di creare melodie, anche piuttosto complesse, costruite soprattutto sulla leggerezza e l’agilità dei passaggi. Solitamente usato per motivi a carattere di danza, per moti giocosi, per canzoni e laude, diventa soprattutto per opera di Gaultier – valente liutista del ’600, che ne ha saputo sfruttare l’indole malinconica – strumento adatto al Tombeau.
Codificato dallo stesso Gaultier e ben presente in tutta la letteratura musicale da Marais, a Couperin, fino a Ravel, Bartók, Satie e Dukas, il Tombeau, termine francese intraducibile in italiano, identifica una composizione solitamente di breve durata a carattere funebre, una sorta di orazione, di commosso ricordo del defunto. Quello di Weiss in onore del barone d’Hartig qui mirabilmente proposto da Eduardo Egüez ha andamento di allemanda lenta bipartita e colpisce per la sua dolcezza e profonda malinconia che creano un clima irreale, quasi sognante; una composizione breve, poco più di 5 minuti, che dal punto di vista tecnico è un ottimo esempio dello stile di Weiss che amava ripetere e far interagire la stessa scansione ritmica con la progressione armonica creando un effetto d’attenzione quasi ipnotica, dando una forte connotazione ai suoi brani che, in questo caso, si trasmette a tutto il disco.
Oltre al Tombeau il CD contiene due suite di genuino sapore barocco con il loro succedersi di danze stilizzate; della prima Suite colpiscono per la costruzione armonica la Toccata e fuga – elementi non proprio usuali nelle suite – , per equilibrio la Sarabande dall’andamento quasi cantabile e il virtuosistico Allegro finale. La Suite in do minore è caratterizzata dalla Overture iniziale che dà una connotazione tragica a tutto il lavoro, compresa la Bourrée che generalmente di andamento allegro ha qui un ritmo cupo.
Musica antica, certo, ma anche se scritta 300 anni fa è ancora musica viva, estremamente piacevole e in grado di scuotere e muovere gli animi che abbiano la pazienza e la giusta disponibilità d’animo per porsi all’ascolto.
- Suite in sol maggiore
- Tombeau sur la mort de M. Cajetan Baron D’Hartig arrivée le 25 de mars 1719
- Suite in do minore
