- MARZO 2007 - 

Susanna and the magical orchestra: Melody mountain

Rune grammofon 2006


runegrammofon.com
susannanagical.com

  1. Hallelujah (L. Cohen)
  2. It's a long way to the top (AC/DC)
  3. These days (Matt Burt)
  4. Condition of the heart (Prince)
  5. Love will tear us apart
    (Joy Division)
  6. Crazy crazy nights (Kiss)
  7. Don't think twice, it's all right
    (B. Dylan)
  8. It's raining today (S. Walker)
  9. Enjoy the silence
    (Depeche Mode)
  10. Fotheringay (S. Denny)

Susanna Karolina Wallumrød: voce
Mørten Qvenild: pianoforte, cembalo, autoharp, vibrafono, tastiere e organo da chiesa

Stian Carstensen: pedal-steel guitar (8)


   Mai montagna è stata così lieve. Mai lievità è stata così melodiosa. Sarà pure un gioco di parole ricavato dal suo titolo, ma questo disco appare davvero come una sorta di scalata all'essenza profonda della canzone, scalata faticosa ma allo stesso tempo appagante sia per chi la compie, sia per chi ha la fortuna di assistervi. E ha poca importanza che nessuno dei dieci brani proposti sia stato scritto dagli esecutori, quello che davvero conta è che ogni singolo brano rivive - nella voce di Susanna e nell'accompagnamento della sua "orchestra" - una sorta di vita propria, si rigenera, si riveste di nuove emozioni. Anzi, forse proprio perché alcuni o molti dei brani proposti sono piuttosto conosciuti, la loro riproposizione suscita ancor più interesse.
   Susanna Karolina Wallumrod viene dalla Norvegia così come la sua "Magical orchestra" che altro non è che il tastierista Morten Qvenild - già membro dei Jaga Jazzist - che si incarica di accompagnare la voce cristallina della Wallumrod lasciandola comunque sempre in bella e solitaria evidenza. Sicuramente la chiave di lettura di questo disco è il minimalismo, non tanto in termini concettuali ma di espressione e strumentazione. Qvenild, infatti, privilegia un approccio strumentale scarno e spartano, suonando praticamente un solo strumento per volta, cosicché l'orchestra non solo è formata da una sola persona, ma anche da un solo strumento; ciò consente ai due interpreti di andare all'essenza delle canzoni liberandone le melodie che assumono una purezza in alcuni casi davvero insospettabile.
   Un'obiezione potrebbe venire dal fatto che tutte le canzoni contenute nel disco sono di fatto scritte da altri così che il duo dovesse in qualche modo perdere la propria identità, ma ciò non accade sostanzialmente per un paio motivi: innanzitutto la scelta stessa dei dieci brani denota una caratterizzazione, poi il "trattamento" effettuato su di essi è così personale che risulta difficile parlare di "cover" tanto queste canzoni possono considerarsi affini a quelle scritte dal duo nel loro album d'esordio List of lights and buoys.
   I brani sono davvero di diversa provenienza: si va dall'hard-rock degli AC/DC e dei Kiss, al cantautorato di Bob Dylan e di Leonard Cohen, al folk di Sandy Denny (ex Fairport Convention) alla techno-dance dei Depeche Mode o alla wave dei Joy Division, fino ad outsider come Scott Walker e Prince; ma a fronte di tutta questa varietà tutto questo materiale è visto sotto la lente deformante dei due norvegesi che innanzitutto lo sottopongono a due operazioni fondamentali: la rarefazione dei suoni e il rallentamento - a tratti quasi soporifero - dei ritmi. Quello che ne consegue, però, non è una semplice dilatazione dei tempi, ma una vera e propria scoperta di aspetti delle canzoni davvero insospettabili: allora la It's a long way to the top degli AC/DC, liberata dai quintali di riff chitarristici dei fratelli Young, rivela una cantabilità dolce e desolata allo stesso tempo, messa in evidenza dall'accompagnamento del clavicembalo, mentre una canzone come Enjoy the silence diviene un sottile esercizio di stile nel quale la Wallumrod sussurra la semplicissima melodia appena increspata dalle note liquide delle tastiere e dagli arpeggi dell'autoharp.
   Fin dall'inizio si capisce che l'ascolto del disco non è cosa facile, che questa "montagna melodiosa" richiede una particolare attenzione e un'introspezione profonda per essere apprezzata a pieno: spetta, infatti, ad una tormentata Hallelujah di Leonard Cohen far entrare l'ascoltatore nel clima del disco, clima fatto di dolore ma anche di speranza, di primavera che avanza e di crepuscolari tinte autunnali come suggerisce la conclusiva Fotheringay che assume quasi un piglio liturgico vista la presenza dell'organo da chiesa. Tra i brani meglio riusciti bisogna senza dubbio citare, oltre a quello degli AC/DC, Love will tear us apart che mantiene tutta la lucida e cupa desolazione già presente nell'originale dei Joy Division, Condition of the heart semplicissima nella riproposizione per pianoforte e con la voce della Wallumrod che trasuda un romanticismo che sono certo sarebbe piaciuto molto anche a Prince che l'ha scritta. Se la dylaniana Don't think twice, it's all right viene quasi banalizzata con il suo incedere da marcetta ritmicamente irregolare, colpiscono al cuore, invece, le profondità abissali dalle quali emerge la It's raining today scritta da quel cantautore atipico che è Scott Walker.
   Il rischio per un'operazione come quella effettuata da Susanna e la sua Magical Orchestra era che sottoporre materiale così diverso allo stesso metodo interpretativo potesse alla lunga portare ad un appannamento generale del disco; il rischio in effetti è stato forse sfiorato in alcuni brani - come ad esempio in Crazy, crazy nights dei Kiss, niente di eccezionale nell'originale e neppure qui particolarmente significativa - ma il lavoro del duo appare così intelligente e curato per fare in modo di evitarlo. L'altro problema invece sta nella testa e nelle orecchie dell'ascoltatore visto che quando ci si trova davanti a delle cover viene quasi automatico fare il confronto con gli originali. Anche in questo caso è la personalità del duo - come capita con Nick Cave su Kicking against the pricks dove compie un'operazione analoga seppur con presupposti completamente diversi - che riesce a distogliere dal gioco della comparazione e a far apprezzare i brani e la loro interpretazione per loro stessi, regalando un disco di forti suggestioni, un disco da amare o odiare ma che non lascia indifferenti.


|