Se si pensa ad una band che ha attraversato la storia della musica dagli anni '60 ad oggi in modo
originale pur senza grandi clamori, il pensiero corre certo verso i Procol Harum, gruppo che - con delle pause e con
molti cambi di formazione - fin dal 1967 fornisce ottimo, onesto, fascinoso rock. Oramai incarnato dal proprio leader,
Gary Brooker, che da quaran'tanni ne dà voce, il gruppo si è presentato venerdì sera sul palco di Dosson di Casier alle
porte di Treviso davvero in ottima forma, regalando ad un pubblico numeroso ed entusiasta un concerto molto ben suonato,
partecipato sia musicalmente che emotivamente.
Certo, i Procol Harum di oggi non posso sicuramente costituire una sorpresa considerando che il loro
stile poco si è evoluto lungo la loro storia, però rappresentano ancora una solida rock-band, capace di intrattenere e
conquistare con le proprie canzoni gli ascoltatori, sia quelli nostalgici che ne hanno seguito le gesta durante la loro
storia, sia i più giovani che magari li conoscono solo per i loro hit più famosi. Quello che è sicuro è che il loro
stile, fatto di una miscela molto originale di rock, blues e larghi temi dall'influenza classica, continua ad essere
difficilmente assoggettabile ad etichette di maniera tanto che Brooker e soci sembrano voler appositamente mischiare le
carte con una performance molto aperta anche ad improvvisazioni negli assoli.
Rispetto al concerto a cui ho assistito nel 2002 la formazione ha
subìto un paio di modifiche: Matthew Fisher - l'organista originale andatosene della band per antipatiche questioni
legali - è stato più che degnamente sostituito da Josh Phillips che con il suo hammond tesse le trame orchestrali dei
brani; alla batteria siede ora Geoff Dunn, batterista davvero talentuoso, mentre restano confermati il solido chitarrista
Geoff Whitehorn e il basso di Matt Pegg e, ovviamente, il pianoforte e la voce - appena solo segnata dagli anni - di
Gary Brooker.
La scaletta spazia in maniera abbastanza omogenea nel repertorio della band, dal primo disco omonimo
fino a The well's on fire che nel 2003 ha visto il ritorno del gruppo nel mercato discografico: dopo
l'introduttiva The VIP room - proprio da quest'ultimo disco - è stata la volta di uno dei loro più grandi
successi, ovvero Homburg accolta con un'ovazione dal pubblico. Nella prima parte del concerto sono da segnalare
sicuramente Beyond the pale per la particolare resa sonora (a proposito: perché se i fonici sono inglesi, come
in questo caso, dal punto di vista tecnico il suono risulta prefetto?), ma anche Grand hotel nel quale Brooker si
diverte ad inserire O sole mio (avevano suonato a Napoli due sere prima!) e la sua versione presleiana It's
now or never e una Simple sister davvero potente ed ncisiva. La seconda parte, risultata più omogenea, si è
aperta con il classico Conquistador con un pregevolissimo assolo di John Phillips; seguono una tirata Fat
cats e un altro classico A rum tale particolarmente brillante. Dopo Pandora's box dal sapore latino - è
lo stesso Brooker a dire "I always thought this had a Latin feeling" per poi alzarsi e ballare - il gruppo parte
con due bellissimi blues, Seem to Have the Blues Most all of the Time e Whisky Train (ribattezzato per
l'occasione The grappa blues) che, finalmente, perde quella sua aria hard-rock e regala il momento da
protagonista a Dunn per il suo ottimo assolo. Chiudono il concerto This world is rich, splendida ballad dedicata
a Nelson Mandela che anche dal vivo si rivela un brano molto accattivante e la classica A salty dog, una delle
più belle melodie scritte da Brooker che lascia il pubblico estasiato. C'è ancora il tempo per l'unico bis concesso,
L'immancabile A whiter shade of pale che ha lanciato i Procol Harum nel firmamento musicale e che Brooker
annuncia con un "we will open with a new variation" per poi partire e variare la nota introduzione bachiana.
Il concerto si conclude così, con uno degli hit più noti della storia della musica, ma ciò non vuol
dire che quello dei Procol Harum sia stato un concerto per nostalgici della "summer of love" o almeno non lo è stato
solo per loro, vista e considerata l'eterogeneità del pubblico presente che, ne sono certo, ha apprezzato la musica in
quanto tale e non con un'ottica di visione al passato. Brooker e i suoi dal canto loro hanno dimostrato che non
occorrono chissà quali accorgimenti per fare buona musica ma servono mestiere, onestà e coerenza. Le emozioni ci sono
state e sono state parecchie: in fondo serve anche a questo la musica no?
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