di Jazzer 

Procol Harum: dal vivo 06/07/2007

Dosson di Casier, Treviso


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The VIP Room
Homburg
Typewriter Torment
Beyond the Pale
Grand Hotel
Simple Sister
Something Following Me
Conquistador
Fat Cats
A Rum Tale
(You Can't) Turn Back the Page
Pandora's Box
Seem to Have the Blues Most all of the Time
Whisky Train
This World is Rich
A Salty Dog
 
A Whiter Shade of Pale

Gary Brooker: voce e pianoforte
Johs Phillips: organo hammond
Geoff Whitehorn: chitarra elettrica
Matt Pegg: basso elettrico
Geoff Dunn: batteria


   Se si pensa ad una band che ha attraversato la storia della musica dagli anni '60 ad oggi in modo originale pur senza grandi clamori, il pensiero corre certo verso i Procol Harum, gruppo che - con delle pause e con molti cambi di formazione - fin dal 1967 fornisce ottimo, onesto, fascinoso rock. Oramai incarnato dal proprio leader, Gary Brooker, che da quaran'tanni ne dà voce, il gruppo si è presentato venerdì sera sul palco di Dosson di Casier alle porte di Treviso davvero in ottima forma, regalando ad un pubblico numeroso ed entusiasta un concerto molto ben suonato, partecipato sia musicalmente che emotivamente.
   Certo, i Procol Harum di oggi non posso sicuramente costituire una sorpresa considerando che il loro stile poco si è evoluto lungo la loro storia, però rappresentano ancora una solida rock-band, capace di intrattenere e conquistare con le proprie canzoni gli ascoltatori, sia quelli nostalgici che ne hanno seguito le gesta durante la loro storia, sia i più giovani che magari li conoscono solo per i loro hit più famosi. Quello che è sicuro è che il loro stile, fatto di una miscela molto originale di rock, blues e larghi temi dall'influenza classica, continua ad essere difficilmente assoggettabile ad etichette di maniera tanto che Brooker e soci sembrano voler appositamente mischiare le carte con una performance molto aperta anche ad improvvisazioni negli assoli.
   Rispetto al concerto a cui ho assistito nel 2002 la formazione ha subìto un paio di modifiche: Matthew Fisher - l'organista originale andatosene della band per antipatiche questioni legali - è stato più che degnamente sostituito da Josh Phillips che con il suo hammond tesse le trame orchestrali dei brani; alla batteria siede ora Geoff Dunn, batterista davvero talentuoso, mentre restano confermati il solido chitarrista Geoff Whitehorn e il basso di Matt Pegg e, ovviamente, il pianoforte e la voce - appena solo segnata dagli anni - di Gary Brooker.
   La scaletta spazia in maniera abbastanza omogenea nel repertorio della band, dal primo disco omonimo fino a The well's on fire che nel 2003 ha visto il ritorno del gruppo nel mercato discografico: dopo l'introduttiva The VIP room - proprio da quest'ultimo disco - è stata la volta di uno dei loro più grandi successi, ovvero Homburg accolta con un'ovazione dal pubblico. Nella prima parte del concerto sono da segnalare sicuramente Beyond the pale per la particolare resa sonora (a proposito: perché se i fonici sono inglesi, come in questo caso, dal punto di vista tecnico il suono risulta prefetto?), ma anche Grand hotel nel quale Brooker si diverte ad inserire O sole mio (avevano suonato a Napoli due sere prima!) e la sua versione presleiana It's now or never e una Simple sister davvero potente ed ncisiva. La seconda parte, risultata più omogenea, si è aperta con il classico Conquistador con un pregevolissimo assolo di John Phillips; seguono una tirata Fat cats e un altro classico A rum tale particolarmente brillante. Dopo Pandora's box dal sapore latino - è lo stesso Brooker a dire "I always thought this had a Latin feeling" per poi alzarsi e ballare - il gruppo parte con due bellissimi blues, Seem to Have the Blues Most all of the Time e Whisky Train (ribattezzato per l'occasione The grappa blues) che, finalmente, perde quella sua aria hard-rock e regala il momento da protagonista a Dunn per il suo ottimo assolo. Chiudono il concerto This world is rich, splendida ballad dedicata a Nelson Mandela che anche dal vivo si rivela un brano molto accattivante e la classica A salty dog, una delle più belle melodie scritte da Brooker che lascia il pubblico estasiato. C'è ancora il tempo per l'unico bis concesso, L'immancabile A whiter shade of pale che ha lanciato i Procol Harum nel firmamento musicale e che Brooker annuncia con un "we will open with a new variation" per poi partire e variare la nota introduzione bachiana.
   Il concerto si conclude così, con uno degli hit più noti della storia della musica, ma ciò non vuol dire che quello dei Procol Harum sia stato un concerto per nostalgici della "summer of love" o almeno non lo è stato solo per loro, vista e considerata l'eterogeneità del pubblico presente che, ne sono certo, ha apprezzato la musica in quanto tale e non con un'ottica di visione al passato. Brooker e i suoi dal canto loro hanno dimostrato che non occorrono chissà quali accorgimenti per fare buona musica ma servono mestiere, onestà e coerenza. Le emozioni ci sono state e sono state parecchie: in fondo serve anche a questo la musica no?



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