Impressioni contrastanti quelle che accompagnano gli spettatori all'uscita del teatro Eden dopo
questo concerto; pur non potendo certo parlare di delusione - perché in effetti la performance non è stata tale - credo
si possa accennare ad "aspettative mancate". Aspettative che, considerato il valore della Winstone, c'erano tutte.
La vocalist inglese, infatti, rappresenta, già a partire dalla fine degli anni '60, una sorta di
punto di riferimento del movimento jazzistico d'avanguardia londinese avendo intrapreso e sviluppato un personale
cammino di sperimentazione vocale applicata all'improvvisazione jazz. Le sue collaborazioni sono numerose e notevoli
per importanza: le più note sono soprattutto quelle con i connazionali John Taylor e Kenny Wheeler con i quali alla fine
degli anni '70 ha fondato il gruppo degli Azymuth, ma vanno sicuramente ricordate anche quelle con Dave Holland, Peter
Erskine, Fred Hersch e Steve Swallow per il quale ha anche scritto diversi testi. Tra i dischi più interessanti vanno
sicuramente ricordato in modo particolare Well kept secret inciso con il pianista Jimmy Rowles e Live at
Rocella Jonica inciso con un sestetto particolarmente dinamico e lirico.
La Winstone non possiede una voce particolarmente potente, ma questa carenza viene del tutto compensata
dalla sinuosità che la rende invece espressiva ed elastica e per questo adatta all'improvvisazione; è evidente la
particolare propensione per i salti di tonalità e per la resa ritmica che rende il suo canto articolato. Proprio questo,
secondo me, è mancato in questa serata trevigiana: vuoi per un repertorio magari troppo uniforme e troppo levigato su
una routine che non si addice ad una sperimentatrice come lei, vuoi - forse - per qualche problema fisico, la Winstone
non ha convinto del tutto: bella l'impostazione, la grinta con cui ha affrontato i brani, ma non del tutto efficace,
soprattutto nei brani di matrice jazz come quelli a firma di Kenny Wheeler o di Ralph Towner. Non sono mancati comunque
i momenti emozionanti tra cui vanno ricordati la solare interpretazione di Diana di Wayne Shorter, il blues della
bella San Diego serenade magicamente estratta da The heart of Saturday night, secondo disco di Tom Waits
o, nel finale del concerto, l'ironica Ladies in Mercedes di Steve Swallow e una appassionata composizione di
Glauco Venier.
Senza togliere nulla alla performance vocale che nel complesso resta positiva, vanno elogiati in
particolar modo i due comprimari: Glauco Venier si rivela ancora una volta per quello che è, ovvero un pianista molto
dotato dal punto di vista tecnico e allo stesso tempo capace di accompagnare con grazia. Piace davvero il suo pianismo
fatto di ampi spazi lirici, ma anche di fulminee accelerazioni ed interessanti anche i brani da lui composti. Julian
Siegel si rivela musicista attento ed ispirato: il suo sax tenore è morbido e flessuoso, particolarmente adatto ad
accompagnare una cantante come la Winstone, mentre con il clarinetto basso riesce a riempire perfettamente gli spazi
tonali ai quali la voce non arriva. Dall'impasto di queste tre voci si ottiene una piacevole uniformità che meriterebbe
forse un repertorio capace di evidenziarne maggiormente la duttilità.
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