ECM
2006
Può un brano musicale dare un'impressione di immobilità mentre possiede un'intrinseca dinamica
accattivante? Può un ensemble dare l'impressione di navigare in acque basse spingendo l'ascoltatore a credere di
sfiorare appena la superficie delle cose e rivelando pian piano una ricerca ben radicata in zone più profonde? Tutto
questo può succedere se quell'ensemble sono i Ronin di Nik Bartsch e quel brano è uno dei cinque "moduli" presenti in
questo disco.
Tutto nasce da un accordo del pianoforte che si ripete con un eco nel silenzio, spandendo dietro di
sé una scia di mistero e di attesa. L'eco si espande, comprende e fa comprendere gli spazi che attraversa e pian piano
lascia il posto al sovrapporsi di accordi sempre più carichi di ritmo che vengono sovrapposti l'uno sull'altro creando
una sorta di stratificazione sonora. "Moduli" ha chiamato Bartsch le sue composizioni ed in effetti è proprio questo
ciò che appaiono: una ricerca su nuclei ritmici, armonici e/o su piccole melodie che vengono giustapposte, sommate,
concatenate a formare elementi compiuti, schemi da ripetere a costruire una base per variazioni, magari piccole,
formando in questo modo una tela dove la trama appare rigida ma dove l'ordito è alquanto dinamico. Se questo modo
di procedere con la costruzione musicale vi ricorda da vicino la pratica usuale dei minimalisti non stupitevi
troppo: in effetti Bartsch ha proprio nel minimalismo uno dei suoi punti di riferimento. Neanche tanto
recondito peraltro.
Volendo fare un confronto con analoghi metodi compositivi ed esecutivi in ambito jazz, viene in mente
l'esperienza dei Necks, trio australiano dalla carriera quasi ventennale; anche
loro usano un procedimento simile, ma lo portano all'eccesso con performance che - a mio parere - spesso rischiano di
diventare noiose per la troppo insistita persistenza su forme molto schematiche e prevedibili. Bartsch e i suoi Ronin,
invece, mantengono quella freschezza di fondo che consente loro di essere molto più convincenti e coinvolgenti.
Nik Bartsch (nt. 1971) è un giovane pianista svizzero - scoperto ancora una volta grazie al fiuto infallibile di
Manfred Eicher, padre e padrone dell'ECM - che oltre ad aver frequentato il Conservatorio di Zurigo ha studiato
linguistica, filosofia e musicologia all'Università sempre di Zurigo e - prima di costituire i Ronin - ha militato
in varie band suonando di tutto dalla fusion, al funk e al free-jazz, senza trascurare le opere
di John Cage e di Morton Feldman. Se gli si chiede che genere suoni la sua formazione, Bartsch risponde che essi fanno
dello "zen-funk", definizione sicuramente più provocatoria che descrittiva, ma che comunque pare alludere ad un preciso
metodo (zen) applicato alla spinta propulsiva e dinamica caratteristica del funk, anche se più riferito ad
un livello concettuale che pratico.
E' affascinante e difficile da descrivere questo disco di Bartsch; Stoa, infatti, oltre che
avere la prerogativa di presentare uno stile (lo chiamo così in assenza di un termine più adatto) sostanzialmente nuovo
che riesce a fondere in maniera ottimale minimalismo ed improvvisazione, ha anche la caratteristica di lasciare senza
punti di riferimento: quando l'ascoltatore riesce a fare proprio un groove, una singola particella ritmica, si
rende conto che esso è già cambiato, si è trasformato in qualcos'altro con una facilità estrema e, soprattutto, senza
rendere troppo palese il cambiamento.
Il disco si apre con Modul 36 che è forse la traccia a più alto tasso di improvvisazione: dopo
la singola nota introduttiva del pianoforte veniamo catapultati in una lunga serie di accordi sempre del pianoforte che
diventano una tappeto cangiante sopra il quale pulsa il vibrante basso elettrico di Meyer; l'atmosfera tesa si apre solo
a metà brano con un assolo del basso e con l'entrata della batteria e delle percussioni. Dopo un improvviso vamp
del clarinetto basso c'è lo spazio solistico per il leader che si interseca con la costante progressione della ritmica,
ipnotica nel suo procedere in modo circolare quasi in una sorta di trance. Nel successivo Modul 35 è ancora più
evidente il tipo di schema usato da Bartsch: il pianoforte esegue una serie di blocchi di riff che vengono man
mano micro-variati. Questa è sicuramente la traccia volutamente meno "personalizzata" con improvvisazione pressoché
assente e quella dove è più evidente il legame con certe cose di Terry Riley. In Modul 32 affiora un certo
romanticismo nel trattamento della tastiera che dialoga con il clarinetto basso di Sha, muovendosi in uno spazio sospeso
di impalpabile, consistenza che si estende anche alla traccia successiva - Modul 33 - dove il suono di piccole
percussioni metalliche fa da controcanto all'esplorazione della parte destra della tastiera presto bissata dalla stessa
operazione, ma fatta con la mano sinistra. Esplorazione che sembra portare lontano nello spazio, ma che invece conduce
sempre al centro, a quelle tre o quattro note che tengono in piedi il tutto. Modul 38_17 chiude il disco ed
esprime al meglio la concezione musicale di Bartsch e dei Ronin: ogni musicista crea il proprio loop e lo propone in
modo continuo variandolo leggermente via via che esso interagisce con quanto suonato dai compagni, così che i 12 minuti
del brano assumono le sembianze di una lunga progressione statica ed ipnotica.
Bartsch afferma di non usare la parola "jazz" per la sua musica, dato che il grande pubblico associa
questo termine allo swing visto come un elemento del passato. Si tratta quindi di un processo per liberarsi di certa
zavorra del passato. Certamente la sua musica è ben diversa dallo swing ed incorpora molti elementi di modernità, ma
non vedo perché essa non si possa considerare a tutti gli effetti "jazz", attuale, evoluto, contaminato. Il dibattito
di cosa sia oggi "jazz" continua da più parti in mille rivoli e precisazioni: da parte mia io continuo ad ascoltare
dischi senza avere un'idea precisa in merito - anzi ne ho una mia personale, come chiunque credo - ma so che dischi
come Stoa e gruppi come i Ronin serviranno egregiamente per il futuro.
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