Silta records
2005
Credo che molti siano d'accordo con me se affermo che ultimamente in ambito jazz (ma
forse anche in quello rock) non fioccano certo molte novità. Intendiamoci: dischi belli in giro ce ne sono
parecchi - forse fin troppi - anche se pare manchi quello che riesce davvero a fare la differenza, a
rappresentare quella che si definisce con un termine abbastanza abusato una "pietra miliare". I musicisti più
anziani del mestiere continuano generalmente a sfornare opere degne della propria fama, quelli più giovani
danno il loro pregevole contributo con dischi vitali e ben suonati cercando di emergere nel mare magnum
dell'ambiente che, è bene dirlo, non è mai stato così affollato come in questi anni di musicisti ben preparati
e con buone doti. E' vero che le cose vanno valutate relativamente ai lunghi periodi, ma è vero anche che - con
le dovute eccezioni - pare mancare sempre qualcosa, quel qualcosa che fa di un disco un capolavoro, che fa di
un ottimo musicista un genio. Certo questi sono altri tempi rispetto a quelli di Parker, di Trane, di Don Cherry
e perfino di Massimo Urbani, ma, come ogni altra cosa, anche il jazz si adatta ai tempi in cui è immerso.
Non è nuova l'affermazione che "il jazz è morto" avendo esso esaurito la propria spinta
innovativa, affermazione con la quale non sono d'accordo innanzitutto perché un genere non è finito quando non si
rinnova più - ammesso che ciò sia vero - ma quando non lo si suona più, e inoltre perché è ben difficile per
chicchessia definire la precisa linea di demarcazione di quello che è "jazz" e di ciò che non lo è. Difficile
determinare un confine anche perché il jazz non è propriamente un genere musicale, bensì un modo di approcciare
la musica in modo autonomo e libero da schemi, così come è stato fatto in passato da esperienze come quella
dell'AACM di Chicago e non è un caso che Gabriele Mirabassi descriva nelle note di Sestetto il jazz come
"ladro e bastardo". Finché qualcuno continuerà a fare questo, a mischiare le cose, a cercare soluzioni originali
e non scontate, il jazz avrà il suo futuro assicurato che né il sottoscritto né critici o musicisti possono
definire, anche perché farlo ora significherebbe chiudere le sue prospettive, emettendo una prematura ed
irrispettosa sentenza.
Nel novero dei talentuosi alla ricerca di una strada personale al jazz vanno senz'altro
annoverati questi Nopop, gruppo emiliano/romagnolo (non mi azzardo ad entrare in questa spinosa questione
geografica!) nato dall'incontro di Stefano Ricci e Stefano Savini che hanno trovato in esso un modo per
concretizzare e proporre le loro composizioni, accompagnati in questo viaggio da quattro compagni che fanno
dell'eclettismo un modo di concepire l'approccio musicale. I sei musicisti, tutti provenienti da studi classici,
riescono a innestare in un tessuto prettamente jazzistico elementi di altre esperienze musicali - sia tradizionali
che di provenienza colta - che convivono assieme senza frizioni, ma anzi integrandosi in un progetto coerente. Ciò
che è subito evidente fin dal primo ascolto di questo disco è l'estrema compattezza della formazione dove nessun
strumento prevale sugli altri, ma anzi dove ognuno di essi contribuisce in maniera paritaria alla riuscita finale
dei brani che spesso assumono la speciale concretezza del suono che diventa materia tangibile.
Il disco si apre con uno dei brani più trascinanti, Airone, dove il propulsivo tema
collettivo sempre bene in evidenza, funge da collante ai vari assoli e dove il pianoforte si contraddistingue per
un approccio particolarmente "classico"; l'atmosfera si raffredda decisamente con la meditativa Dìmal che,
dopo l'iniziale suggestivo dialogo tra chitarra e pianoforte, ci suggerisce un viaggio nella pianura padana, lì
dove ondeggiano le canne presso le paludi alla foce del grande padre Po. Ottimo l'assolo pacato del sax di
Zaniboni e il lavoro di contro-canto morbido e fluido del clarinetto. Gabanì ha un inizio rumoristico dal
sapore free e uno sviluppo cinematografico ritmicamente dettato dal pianoforte di Facchini di ispirazione
tyneriana, seguono Biancospino, tango sui-generis più da balera romagnola che argentina guidato da un
clarinetto particolarmente lirico, e Il sorriso delle finestre con la sua bella melodia sospesa tra silenzi
enigmatici e melanconica dolcezza. Con Oalì oalà si torna al ritmo e ad un ritmo particolarmente complesso
ben supportato dalla batteria di Gazzoni e che rappresenta il tappeto ideale per l'ottimo assolo Shorter-like
di Zaniboni e l'arabeggiante clarinetto di Matteucci. E' il pianoforte che rallenta ancora il ritmo - e non solo
quello musicale, ma soprattutto quello sensoriale - in Saline, brano delicato e sognante che scorre come
l'acqua del fiume; è apprezzabile anche il lavoro dei fiati e quello di puro cesello di Gazzoni. Chiude il disco
Cosmos, uno dei pezzi più belli, sicuramente il più ipnotico: dopo una lunga introduzione del contrabbasso
di Ricci finalmente in solitaria evidenza, l'ondeggiante melodia è affidata alla chitarra e al clarinetto su cui si
innesta perfettamente il pregevole lento assolo di Zaniboni al tenore che, pur citando molti grandi del passato non
ne imita nessuno, il tutto sulla ritmica incalzante di batteria, contrabbasso e pianoforte - particolarmente cupo
- che cresce sotto l'assolo e diventa pura forza trascinante anche per i successivi spazi solistici di Matteucci e
Savini.
Sestetto è un ottimo disco che sa mantenere vivo l'ascolto dall'inizio alla fine grazie
soprattutto a due pregi: l'alta qualità e freschezza dei suoi brani che, seppur raffinati, mai diventano
supponentemente intellettuali, ma che anzi sanno mantenere un vivo legame con la terra di appartenenza dei loro
esecutori. In secondo luogo la bravura di sei musicisti che sanno dialogare tra di loro in ottima simbiosi senza
particolari prevaricazioni, ma anzi contribuendo tutti in modo fattivo alla riuscita di quest'opera di debutto che
forse non sarà quella "pietra miliare" di cui dicevo all'inizio, ma che fa davvero sperare per il futuro di questo
gruppo e della loro proposta; queste sono cose che si dicono spesso davanti ad un'opera prima, ma questa volta va
affermato - come una certezza più che come augurio - in modo particolarmente convinto.
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