Reprise
2006
Parlando di Donald Fagen viene automatico - e certo anche scontato - accennare agli Steely Dan,
visto che il musicista del New Jersey ne è stato una delle due anime fondanti e considerato che tanta parte
dell'essenza e dell'estetica musicale riversata in quell'esperienza si ritrova ancora nel suo lavoro attuale. Credo,
senza paura di smentita, che mai come per gli Steely Dan si possa parlare di un gruppo che abbia lavorato con assoluta
originalità e autonomia da quelli che all'epoca erano l'ambiente e le idee musicali imperanti; band
magnificamente e coraggiosamente autarchica che ha attraversato tutti gli anni '70 in perfetta solitudine, chiusa nella
fortezza eretta da Fagen e dal socio Walter Becker forti delle loro concezioni di come debba essere la propria musica.
Muovendosi parallelamente all'estetica rock, senza peraltro rinnegarne gli influssi, il duo ha creato un impasto
vincente - anche nelle vendite - e, soprattutto, credibile di soul, reggae, cool jazz, funky, blues fino a distillare
un pop raffinato, orchestrale, divertente e del tutto originale con la prerogativa di presentare un risultato che si
presta sempre ad una doppia lettura, quella più superficiale di sophisticated-pop, ma anche quella più consona
di catalizzatore dell'esperienza musicale di un decennio e di molta parte degli anni precedenti.
Dall'album di debutto Can't buy a thrill (1972) fino all'ultimo Gaucho (1980), passando
per capolavori quali Pretzel logic (1974) e Aja (1977), Fagen e Becker, lavorando con una meticolosità
che rasenta la pignoleria, hanno continuato imperterriti a seguire una trama musicale assolutamente personale, libera
da qualsivoglia legame di genere e pertanto difficile da catalogare, dimostrando come si possa essere onnivori senza
essere caotici, a patto che si abbia una straordinaria capacità di sintesi.
Sono numerosi i motivi per i quali i due hanno deciso nel 1980 di chiudere il sodalizio, non ultimo
il rivendicare il diritto alla diversità e alla non omologazione delle idee; ci sarà comunque spazio per due ritorni di
fiamma, nel 1995 con Alive in America e nel 2002 con Two against nature - titolo quantomai azzeccato
viste le caratteristiche del duo - ma anche per una doppia carriera solistica che, tanto per cambiare, sarà anch'essa
improntata all'atipicità.
Certo non si può dire che Fagen sia un musicista prolifico visto che questo Morph the cat è il
suo terzo disco in ventiquattro anni! Così tanto tempo è passato, infatti, dalla sua prima prova solistica, ovvero
quel The nighfly del 1982, annoverato di diritto tra i migliori dischi di sempre: sofisticato, ipnotico, non
nasconde l'"imprinting" Steely Dan ma, grazie ad un'ulteriore limatura formale e ad un abbandono di certa
patinatura, restituisce un'opera fresca ed emotivamente coinvolgente. Brani quali I.G.Y., Green flower
street, Ruby baby, la title-track e soprattutto New frontier sono semplicemente capolavori senza
tempo. Fagen ci riproverà dopo 11 anni nel 1993 con Kamakiriad: il groove resta immutato, così come la
futuristica perfezione formale, ma si sente che qualcosa manca a livello d'ispirazione lasciando un po' d'amaro in
bocca per un'opera che non sembra riuscire ad esprimere tutte le proprie potenzialità.
Nella mente del suo creatore questi tre dischi rispecchiano una sorta di trilogia sulla percezione
dell'uomo circa il tempo che passa: se The nightfly doveva rappresentare la giovinezza con il suo entusiasmo
e le sue aspettative e Kamakiriad la concretezza dell'età adulta, Morph the cat è - soprattutto nei
testi - una riflessione sul termine della vita, sulla mortalità, molto di più di quanto la musica potrebbe far pensare.
Che sia chiaro: Fagen non muta di una virgola quella che è la sua concezione musicale, rimanendo fermo sui suoi
principi, ma in un certo modo li attualizza senza snaturarli. Da sempre contrario ai campionamenti, come è abituato a
fare riunisce attorno a sé un gruppo di ottimi musicisti per fornire un pop (chiamiamolo così in mancanza di una
migliore definizione!) di alta classe e con un'alta gradazione di perfezione. I riff sono precisi e secchi come
fucilate, gli intarsi tra strumenti calibrati al millimetro, la ritmica guidata da un bel basso avvolgente è asciutta
ma molto efficace; molto bella la sezione dei fiati che grazie alla sua varietà può contare su un variegato colore
musicale al quale contribuiscono anche i numerosi chitarristi, ciascuno con il proprio particolare sound.
Album profondamente newyorkese, Morph the cat, presenta una serie di personaggi - a partire
proprio dall'ambiguo "gatto" del titolo - del tutto particolari: in What I do (tra le cose migliori del disco)
troviamo la conversazione tra il fantasma di Ray Charles e una versione giovanile dello stesso Fagen, in Security
Joan con il suo splendido assolo di tromba sordinata molto "west coast", invece, viene narrato l'amore improbabile
tra un'addetta alla sicurezza dell'aeroporto Laguardia ed un passeggero (Girl you won't find my name on your list /
Honey you know I ain't no terrorist / Confiscate my shoe - my cell phone / You know I love - love - love you).
Strana la storia di Mona in The night belongs to Mona col suo finale sospeso tra vita e morte o la paranoia in
bianco e nero di Mary in Mary shut the garden door.
Difficile, davvero difficile, scegliere dove puntare maggiormente l'attenzione in questo disco,
difficile perché la qualità tecnica, musicale ed emozionale sono davvero alte. Forse non presenta grandi sorprese, ma
siamo proprio sicuri di pretendere novità da un musicista che da trent'anni attraversa in perfetta solitudine la scena
musicale mondiale? Siamo proprio sicuri che sia da chiedere questo a Fagen, dopo tutto quello che ha dispensato?
No, credo che non ci sia migliore cosa da fare con questo disco se non quella di piazzarlo dentro il lettore, alzare
l'amplificatore ad un volume adeguato per apprezzare tutti i minimi aspetti di queste canzoni, mettersi comodi e
dimenticare tutto il resto. Viaggiare dentro la musica di Fagen è un'esperienza troppo bella per rovinarla con
considerazioni di merito. Si vive e basta.
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