di Jazzer 

Brad Mehldau: dal vivo 02/11/2006

teatro Eden, Treviso


foto di Michael Wilson

Exit music (for a film)
It's all right with me
Secret love
Resignation
Thing of one
Retrato em Branco e Prieto
My favorite things / Paranoid android

I fall in love too easily
No moon at all
Blackbird



Brad Mehldau: pianoforte


   E' un Mehldau parzialmente inedito quello che si è potuto ascoltare giovedì sera a Treviso, soprattutto per chi - come il sottoscritto - lo sta seguendo fin dai sui esordi. Se, infatti, riferendosi a Mehldau si è sempre parlato di un musicista particolarmente votato all'intimismo piuttosto che alla solarità, dopo aver ascoltato questa performance è necessario aggiustare il tiro e focalizzare il suo approccio musicale sotto un'altra luce che non sia solo quella alla quale solitamente si fa riferimento, ossia della lezione di Bill Evans che sicuramente egli ha fatta propria, ma che ha anche superato, riuscendo ad ottenere una formula del tutto personale.
   La ricerca musicale è sempre in evoluzione e Mehldau è un musicista in ricerca che segue un suo particolare percorso che può essere tortuoso o lineare, che affronta tappe e conquiste che possono essere riutilizzate nel futuro o abbandonate come esperienze fatte; è successo a molti grandi del jazz ed è abbastanza evidente che ciò accada anche al giovane statunitense. Sono passati, infatti, solo tre anni dalla registrazione del concerto solitario a Tokyo, ma se si paragona quella performance con quanto ascoltato a Treviso - e si presume in tutta questa tournée autunnale - ci si rende conto del cambiamento intrapreso: se in quel disco erano privilegiati l'esposizione melodica e l'atmosfera dominante era quella di una soffusa malinconia, grazie ad una costruzione armonica che privilegia gli accordi in minore, in questa serata trevigiana ciò che è apparso predominante è una ricerca della dinamica - spesso esasperandola - intrinseca nei brani.
   Ciò appare subito evidente nell'iniziale Exit music dei Radiohead (il fatto che Mehldau riproponga in chiave jazz brani del repertorio rock credo che oramai non sia più motivo di sorpresa) dove la componente armonica raggiunge un livello di complicazione davvero notevole; il raddoppio delle linee melodiche ottenuto grazie al percussivo ribattere delle singole note, trasforma il brano in un magma ribollente dove la nuda melodia suonata dalla mano destra affiora a tratti quasi lottando contro un mare in tempesta. Operazione alla quale Mehldau - dotato di tecnica straordinaria e di indipendenza di mani assoluta - sottoporrà anche altri brani in programma e che riesce alla perfezione anche se alla lunga risulta un po' troppo ripetitiva e ridondante; peccato veniale, comunque, considerata l'alta qualità della performance. Ma, riflettendo, questa nuova forma di espressività non è altro che un nuovo tipo di introspezione tramite la quale il pianista contrappone lo sviluppo armonico alla semplice melodia, un modo per andare al cuore del brano partendo da un diverso presupposto.
   Un altro gioco che Mehldau propone - anche con le sue famose "introduzioni" - è quello di mascherare il tema così profondamente, anche utilizzando citazioni esterne, tanto da renderlo irriconoscibile per poi palesarlo nella sua essenzialità: lo fa sia con la porteriana It's all right with me, sia con temi più riflessivi come Retrato em blanco e preto di Jobim, dove, testa china sulla tastiera, lascia libero il suo pianoforte di esplorare i brani da ogni prospettiva, quasi osservasse un prisma sfaccettato, pur restando sempre coerente con il mood specifico dei vari brani. Ciò avviene anche con la delicata Secret love nella quale non c'è segno di complicazioni, ma dove la poesia pura ci fa scivolare sul velluto con la sensazione di trovarsi in un non-luogo che trascende la musica stessa.
   La conclusione del concerto è affidata ad una lunga convincente suite in cui convivono My favorite things, che nelle mani di Mehldau - che sanno inventare un incrocio di melodia e contro-melodia davvero magico - diventa un inno gioioso, e le fulminanti ripetizioni dei riff di Paranoid android, esaltante nella sua energica resa e appassionata nella sua dolente melodia. Chi voleva sentire il Mehldau più intimo e romantico è stato accontentato dai tre bis, due standard - I fall in love too easily e No moon at all - e dalla delicata Blackbird dei Beatles che, raffreddati gli animi dopo un'ora e tre quarti di tensione emotiva, hanno suggellato un concerto molto partecipato sia da parte dell'interprete che del pubblico che l'ha seguito con un'attenzione del tutto particolare, quella che solitamente si riserva agli artisti di classe, e l'anti-eroe Mehldau di classe ne ha da vendere.



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