Delabel
1998
Se c'è un cantautore che è del tutto estraneo alle logiche del mercato e dello show-business, quello è senz'altro il
franco-catalano Pascal Comelade; difficile da avvicinare, visto che vive in uno sperduto paesino dei Pirenei e difficile
trovare i suoi dischi.
Pascal Comelade nasce nel 1955 a Montpellier ma si è presto trasferito a Barcellona dove ha composto il suo primo album
Fluences piuttosto influenzato dalla musica elettronica. Sarà praticamente l'unica esperienza in questo ambito,
visto che ben presto la sua musica si sposta verso un approccio del tutto acustico e anzi spesso gli strumenti usati
sono auto-costruiti come la bellissima serie dei suoi pianoforti-giocattolo. Dal 1975 - anno di uscita del disco
d'esordio - la sua produzione discografica conta circa una cinquantina di titoli nei vari formati (LP, 45 giri, CD, CD
singoli ecc...) e un altrettanto grande numero di spettacoli dal vivo, di collaborazioni - le più note con Robert
Wyatt, Faust, P.J. Harvey e anche con il nostro Vinicio Capossela - di musiche per teatro e balletti, fino a concerti
riservati ai bambini di scuole d'infanzia ed elementari.
Certo, decisamente un personaggio eccentrico e un po' naïve. Dilettantismo? Assolutamente no. Comelade è tutto
fuorché un dilettante, la sua apparente scalcinata approssimazione nasconde una ricerca ben più profonda e puntuale,
un'originalità che ben difficilmente si può accostare ad altri artisti. Comelade fa dell'eclettismo uno degli elementi
caratteristici della propria musica, eclettismo ed assoluta libertà di movimento ed impostazione che riesce a far
convivere in modo ottimale un'impronta decisamente popolare ed una colta sfruttando le fonti d'ispirazione più disparate:
la musica da balera, il tango, la tradizione popolare catalana, la musette, la canzone d'autore, fino al jazz più
contaminato.
Cosa colpisce maggiormente nei dischi di Comelade? Oltre all'originalità, sicuramente il fatto che la sua musica sia
piuttosto indefinibile, capace di esprimente allegria e cupezza allo stesso tempo, una leggerezza e gravità che
testimoniano come al compositore piaccia costruire e sviluppare i propri pezzi sui contrasti e sulle soluzioni meno
probabili.
L'argot du bruit, ovvero "il dialetto del rumore" è un disco che rispecchia a pieno la poetica di Comelade e nel
quale troviamo una quindicina di brani: si parte dalla title-track o da Domisiladoré in tipico stile da
balera con l'irresistibile organo suonato da Comelade, si passa alla dolcezza riflessiva di Marie=Un faux-cil dans la
transmission, alla ballata strappalacrime Love too soon cantata da P.J. Harvey, alla cupezza di The sad
skinhead o di Green eyes, ancora cantata dalla Harvey. Non mancano i momenti più gioiosi come i ritmi
rock/hawaiani di Via-Crucis del rocanrol o la marcetta Le soir du grand soir, o più delicati come il
carillon di Teresa (bellissimo l'intreccio tra la chitarra acustica e il piano-giocattolo!); si rasenta il
grottesco con la curiosa marcia funebre di Si o con La cuisson de vos cuisses (!). Ed è facile vedere la
tradizione in Sardana dels desemparats, ossessiva danza catalana, o nella splendida chitarra classica
spagnoleggiante di Toti al soler, omaggio a Toti Soler figura leggendaria della musica catalana.
Questo ed altro è possibile trovare in questo disco che è difficile da descrivere, proprio perché non ha una direzione
precisa, ma anzi apre mille rivoli da seguire e nei quali perdersi e trovare nuovi spunti di riflessione; o forse segue
quella che è l'unica direzione possibile, ovvero inglobare più musica possibile in una sorta di esplorazione senza
confini.
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