"Don't worry, take a breath". Uno aspetta Keith Jarrett per mesi e poi incontra un Jarrett
che non si aspetta; sembra un gioco di parole, ma in realtà è proprio quello che è successo ieri sera alla
Fenice di Venezia.
Anche se in questa serata veneziana ha praticamente dimostrato il contrario, il pianista di
Allentown - è noto - si presenta con una nomea di uomo scontroso, capriccioso, il cui rapporto con la platea
è quasi di algido distacco; così un po' per questo un po' per i continui avvisi sul fatto che la serata sarebbe
stata registrata, la tensione presente nel teatro era facilmente percepibile da tutti e serpeggiava tra le
signore in abito da sera, tra i compassati personaggi in giacca e cravatta o tra i più informali appassionati,
richiamati tutti a Venezia da questa serata memorabile. E l'ha percepita sicuramente anche Jarrett nel momento
di entrare in teatro quando si è trovato di fronte un pubblico sì plaudente, ma anche una sorta di muro
d'ansia.
Jarrett ha dichiarato spesso che le prime note suonate sono le più importanti perché danno
l'indirizzo a tutto il concerto: questa volta, invece, più che la musica hanno potuto le parole, proprio quelle
parole "don't worry, take a breath" con le quali il pianista si è rivolto al pubblico appena messo piede sul
palcoscenico. Immediato l'incrocio di sguardi con il mio amico Alessandro come a dire "ma è proprio lui?"... sì
perché una confidenza simile con il pubblico da Jarrett non te l'aspetti.
Risolto - o almeno addolcito - il rapporto con l'audience, a Jarrett non resta che dedicarsi
alla musica; al contrario di quanto succedeva anni fa, i suoi concerti per piano-solo non sono più un lungo
flusso di coscienza - esperienza arricchente ma anche molto dispendiosa quanto ad energie fisiche e psichiche -
ma una serie di improvvisazioni di diversa lunghezza e stile, come documentato in
Radiance, ultimo disco pubblicato. Anche a Venezia lo schema si ripete:
il concerto si è svolto in due tempi da circa 45 minuti ciascuno più tre bis. In un silenzio tombale, Jarrett
parte una prima improvvisazione molto complicata: mani larghe sulla tastiera ad esplorarne i due estremi con un
affastellarsi di accordi dissonanti. Dalla mia posizione potevo vedere molto bene le smorfie del volto, quasi
la sofferenza del momento creativo, dello sforzo di trovare la nota giusta, la linea melodica più soddisfacente,
l'appiglio più adeguato. L'esplorazione prosegue con una serie di scale a disporre quasi una fuga tonale ma
sempre mantenendo inalterata la spinta ritmica; si alternano sprazzi parossistici a momenti di quiete, brilla
un'oasi melodica - con il pianista che canta la melodia - quasi da Barcarole chopiniana con cui il lungo
brano va a morire pian piano. Neppure il tempo di pensare sul da farsi che si riparte con una veloce cascata di
accordi aspri e complicati in un nuovo brano veloce e nervoso. Poi il flusso di musica si interrompe e il
pubblico resta immobile non sapendo se applaudire; è lo stesso Jarrett - sorprendentemente - ad invitarci al
battimani dicendo pressappoco "ho bisogno di tempo per pensare a cosa suonare dopo, e se voi non (fa il gesto
di battere le mani) io non posso (fa il gesto di suonare il piano). Relax yourself, I can't do it". E' il divo
che si umanizza, che cerca il contatto con il pubblico, che sopporta anche che dalle prime file squilli un
cellulare, ripetendone pure le note della suoneria sul pianoforte. Per fortuna è avvenuto in un momento di
pausa... non oso sapere quale sarebbe stata la reazione se fosse successo durante la musica!
Il terzo pezzo è quanto di più classico ci ha abituato Jarrett, quello che fa venire i brividi
che puntualmente si presentano mentre scrivo le mie note sul taccuino: si parte con un giro di blues mozzafiato,
lungo, articolato, con la mano destra che inventa modulazioni e la sinistra che tiene solidamente il ritmo fino
a trovare un pedale che conduce lentamente ad un momento più riflessivo prima di trasformarsi in una variazione
tematica. Qui non c'è bisogno di sollecitazioni: l'ovazione arriva da sola! La prima parte prosegue e si
conclude con un brano molto pacato e dolce, quasi una ninna-nanna, uno di quelli che si fatica a credere siano
improvvisati, un canto di gioia, di freschezza, di liberazione a cui fa eco il quinto blocco che ha un sapore
boppistico - quasi uno stride - carico di citazioni provenienti da tutta la storia del jazz ed esaltato da un
ritmo che trascina assieme al battere del piede sul palco e che porta alla meritata pausa.
L'inizio della seconda parte è lento grazie ad un'esplorazione pensosa costruita su blocchi
di note, melodie strappate, scale, trilli. E' un momento interlocutorio che sembra stenti a decollare, con il
pianista che cerca nuovi stimoli ispirativi. Poi nel blocco successivo accade un'altra cosa anomala: mentre
affronta un gioco velocissimo di scale, parte l'imprecazione "oh shit!". Jarrett si alza e se ne va
massaggiandosi contrariato una mano... ho visto il panico in certi sguardi. Poi rientra quasi subito dicendo di
aver sentito un rumorino ad un dito e tenendo uno spartito in mano: "nei miei concerti improvviso" - dice ancora
il pianista - "questo spartito lo vedo oggi per la prima volta, quindi è una specie di improvvisazione anche
questa". Si tratta di una pagina dal Mikado di Gilbert & Sullivan trattata con rispetto e suonata con
innegabile trasporto. Qualcosa nel concerto è cambiata: il rapporto col pubblico si è fatto ancora più cordiale,
Jarrett si lascia andare e le smorfie sulla sua faccia fanno capire che il fluire delle note è più rilassato e
non più improntato a quella sofferenza auto-maieutica vissuta nella prima parte. Si prosegue con una
improvvisazione che si regge su una bella serie di accordi improntati ad una delicata liricità e con un ultimo
blues costruito su un solidissimo pedale con il pianista - impossibilitato a stare fermo come gran parte del
pubblico - in piedi ad ondeggiare, quasi a ballare una musica che si è fatta terrosa, materica che conclude la
parte "ufficiale" del concerto.
Gli applausi sono ora scroscianti, il pubblico ha capito di aver assistito ad una performance
memorabile per intensità emozionale e comunicativa, ma come spesso accade nei concerti di Jarrett, il meglio
deve ancora venire. E il meglio sono i bis: il primo è la tradizionale My wild Irish rose - già proposta
nel disco The melody at night, with you - trattata da Jarrett in modo da esaltarne la delicata melodia,
ad essa segue lo standard Stella by starlight - brano che rappresenta un omaggio a Miles Davis che spesso
l'aveva proposto - dove si ripete la magia di un uomo che con il suo pianoforte vive e fa vivere il desiderio
feroce di affermare la propria arte. L'ultimo bis è la splendida Blossom tratta da uno dei dischi jazz
che amo di più in assoluto, ovvero Belonging inciso con il "quartetto europeo", un capolavoro riproposto
in maniera magistrale, un'emozione che colpisce nel profondo e che ci fa lasciare il teatro in una sorta di
trance ipnotica.
Come detto in precedenza, gli organizzatori hanno annunciato che da questo concerto nascerà
un disco: io spero che esso conterrà tutta la serata, senza alcuna esclusione, compresi i commenti di Jarrett.
Sono certo che solo così facendo si potranno riportare tutte le emozioni intense provate e soprattutto si avrà
un ritratto molto diverso e personale del pianista, cosa che difficilmente si riesce a capire dalle altre
registrazioni.
Lo so: questa recensione è troppo lunga, ma ho voluto raccontare interamente la serata perché
le emozioni sono state molte, molto intense e difficilmente ripetibili. Se siete arrivati a leggere fino a qui
significa che la vostra voglia di carpirne almeno una parte tramite le parole di un altra persona supera la
fatica della lettura e, come ringrazio Jarrett per la serata, ringrazio voi per la cortesia.
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