giovedì, aprile 27, 2006

La mia Sarajevo (in differita) #2

Panorama di SarjevoDopo una notte di riposo, Sarajevo dunque ci aspetta fuori dell'hotel.
E' difficile descrivere una città come questa, concentrato di contraddizioni e di culture, ed è bello prendere gli appunti che diverranno questo post in uno dei luoghi più accoglienti della città, ovvero il cortile della grande moschea, seduto sotto un mandorlo in fiore, tra il lontano brusio del bazar, il tranquillo scorrere dell'acqua della fontana, il profumo del pane, la ritualità degli uomini in preghiera e l'andirivieni delle ragazze musulmane nei loro colorati veli leggeri a coprirne appena i capelli. Sono belle le ragazze di Sarajevo ed è la prima cosa che colpisce: ragazze con gli ombelichi ampiamente al vento, ma anche ragazze con il velo entrambi portati con la tranquillità che si confà ad un comportamento del tutto normale. E nessuno che dica nulla per questo.

Città di contrasti, dicevo, sia sul piano architettonico, ma soprattutto in quello sociale e l'evidenza che subito balza agli occhi è la prima. La città è formata da una sorta di cerchi concentrici a partire dai palazzi delle zone più periferiche, costruiti in epoca comunista tutti anonimamente uguali a loro stessi (l'originalità, l'abbellimento sono cose da borghesi), ancora in parte ridotti a scheletri e comunque tutti sbrecciati e sforacchiati dai proiettili, tra i quali spuntano quelli nuovissimi di rappresentanza di famose multinazionali. La seconda cerchia più interna è quella delle costruzioni austro-ungariche ottocentesche, testimoni - pur con la loro stanca aria decadente - di splendori d'altri secoli, fino al cuore della città, la Bascarsija, ovvero l'antico quartiere di evidente impostazione musulmana (musulmana, non araba!) formato da antiche case e piccole costruzioni di legno scuro, pullulante di negozietti come il più classico dei bazar. E tutto attorno alla città, come a racchiuderla in un abbraccio, le colline coperte di casette che pare di essere in Cadore se non fosse che tra esse spuntano i minareti e i bianchissimi cimiteri islamici; colline che saranno proprio uno degli strumenti del suo martirio.

Sul piano sociale le differenze sono grandissime: le maggior parte delle persone che si incrociano per la strada sono tutte sotto i 30 anni, pochi gli anziani - e quasi tutti male in arnese - praticamente assente la generazione dei 40/50enni falcidiata dalla guerra. E in un paese che ha il 40% di disoccupazione e che non ha grandi speranze di migliorare questo dato, cosa possono fare i giovani se non vestirsi alla moda e passare il loro tempo al bar? Con che soldi, direte voi. Praticamente con quanto gli arriva dai parenti all'estero o dai sussidi governativi. I ricchi - che hanno fatto i soldi con la guerra - sono pochi e sempre più ricchi, il ceto medio è pressoché assente, i poveri (di cui quasi il 20% vive con meno di 2 dollari al giorno) sono una gran fetta della popolazione.

Ma ciò che impressiona maggiormente è la multi-culturalità, che invece che costituire la ricchezza della città e del Paese ha contribuito alla sua disgregazione: nel raggio di 500 metri l'una dall'altra possiamo trovare la grande moschea, la cattedrale cattolica, quella ortodossa e la sinagoga. Capite che questo ha del miracoloso in un paese come la Bosnia nel quale la religione è legata a filo doppio con l'appartenenza etnica. Mi ha colpito la ieratica spiritualità della moschea con il suo ambiente spoglio ed efficace a rendere la presenza del sacro (non fosse per quel latente puzzo di piedi!) al confronto della chiesa ortodossa in cui si celebrava la Pasqua, tra un'ossessiva sovrabbondanza di orpelli, di ori, di immagini di santi e il furioso andirivieni di fedeli tra baci ad icone, a guance, a mani di prelati e tripli segni di croce.

Sarajevo è una città che ti riempie di sensazioni, di stimoli ai quali è difficile sfuggire e che ti fanno pensare a quanto è facile cercare e perseguire la convivenza tra popoli e a quanto poco basti perché essa si infranga.

(continua)


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