Philology
2005
Questo disco è stato "registrato la mattina del 09/11/2003 presso il MuRec Studio
di Milano con zero ore di sonno dopo aver trascorso 7 ore di viaggio sdraiato per terra nel corridoio
di un treno espresso colmo di gente". Così dice l'avvertenza che spicca nel retro-copertina di questo disco
d'esordio di Claudio Filippini, avvertenza che ci deve far riflettere su almeno due cose: la prima che in Italia
se si deve viaggiare in treno è meglio farlo con la prenotazione, la seconda che lo stress forse giova al
jazzista e all'improvvisazione, sia quella prettamente musicale, sia quella usata nel mettere assieme questo
trio e questo disco.
Claudio Filippini è nato a Pescara 23 anni fa ed ha già convinto critica e pubblico - che nel
2003 gli hanno assegnato il prestigioso premio Massimo Urbani - con la sua bravura, distinguendosi come
interprete originale e creativo grazie alla sviluppata abilità improvvisativa, ad una visione fortemente
personale della musica e ad una ottima padronanza tecnica. Nel caso di un musicista così giovane,
solitamente ci si affanna a trovarne le fonti d'ispirazione, ma è inutile citare i pianisti di riferimento: sono
sempre gli stessi nomi - lui stesso ne cita almeno una quindicina - quelli che hanno fatto e stanno facendo la
storia del jazz. Volendo trovare delle precise influenze, quelle che mi appaiono più evidenti sono Fats Waller,
soprattutto per l'uso ritmico e percussivo della mano sinistra, e Oscar Peterson per la fluidità nell'esposizione
dei temi e la capacità di essere profondamente bluesy. A discapito del gioco delle attinenze è interessante
ciò che dice di lui Stefano Bollani: "Solitamente a quell'età ci si trova ad imitare stili e modelli
pre-esistenti. Claudio suona già come Claudio". Ci troviamo davanti, quindi, ad un musicista che, seppure
giovane (ma ricordo che Davis pressappoco alla stessa età incise il suo Birth of the cool, Hancock i sui
Takin' off, My point of view e Empyrean isles e Mehldau aveva già avviato i suoi "Art of the
trio"), è capace di mettere la tecnica eccellente di cui è in possesso al servizio della ricerca di idee
musicali coerenti, nuove e intese a privilegiare freschezza e originalità, ma soprattutto imprevedibilità nelle
soluzioni ritmiche ed armoniche.
Due sono le parole d'ordine del disco: "amore" e "blues", entrambe bene messe in evidenza.
L'amore va ben oltre la parola "love" presente in molti titoli: è palese la particolare cura con cui Filippini e
compagni approcciano i temi e li abbelliscono con assoli e caratterizzazioni che mai ne trascendono la natura,
ma che - al contrario - la valorizzano. Allora Free love blues non può essere altro che un omaggio a Bud
Powell, There's no greater love è suonata con tutto lo swing e il disincanto da stride-piano
con cui l'avrebbe suonata Waller e I fall in love too easily con la dolcezza e la tensione quasi dolorosa
che va dedicata ad una ballad come questa. L'amore è per la musica in se stessa, per quel mistero che lega
così profondamente tra loro note e suoni, per l'alchimia magica che accomuna tre musicisti ognuno dei quali
impegnato a raccontare se stesso attraverso il proprio strumento. A proposito di ciò è interessante notare che
questa era la prima volta che Filippini suonava assieme a Moriconi e Manzi e, inoltre, che i brani sono stati
incisi tutti alla prima take: considerato l'affiatamento che i tre dimostrano, la limpidezza
dell'ispirazione e la convergenza di intenti, il risultato può sorprendere ma conferma quanto sia possibile,
con la volontà e l'ascolto reciproco, andare al cuore del jazz stesso.
Poi c'è il blues - profondamente radicato nel pianismo di Filippini - affrontato con solare
baldanza, senza indulgere in languidezze, ma anzi puntando sulla dinamicità. Splendido esempio è l'introduttivo
e contagioso St. Louis blues, caratterizzato dal ritmo frenetico e dalle scintillanti cascate di note che
escono dalla mano destra del pianista, oppure Anato-love - con Free love blues gli unici
due brani originali del disco - gustoso divertissement a tutta velocità ispirato dal tema del cartone animato
dei Flinstones, senza dimenticare il parkeriano Cool blues che brilla per perfezione espositiva.
C'è qualcosa di antico, di rispettoso della tradizione nella musica di questo trio, qualcosa
che fa automaticamente scattare certi collegamenti, ma allo stesso tempo è evidente l'intenzione di andare oltre
per ricercare nuove sonorità e un diverso modo di proporsi. L'obiezione che si potrebbe muovere a Filippini è la
stessa che in passato era riservata a Peterson, cioè quella di suonare troppe note, soprattutto di questi tempi
dove la "moda" pare che sia la rarefazione, il togliere piuttosto che il sommare. Credo che questa critica possa
essere tranquillamente liquidata dicendo che - così come Peterson - sarà forse vero che Filippini suona più note
degli altri ma che nessuna di esse è superflua e, per averne la conferma, basta ascoltare la pulizia
dell'esecuzione di You don't know what love is.
Se Filippini - che si è appena affacciato sulle scene, pur coadiuvato in maniera ottimale da
due musicisti esperti quali sono Manzi e Moriconi - rappresenta l'ultima generazione dei jazzisti italiani,
allora davvero ci sono buone speranze. Anche se non ne ha bisogno, a lui va il mio "buona fortuna".
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