- SETTEMBRE 2005 - 

Claudio Filippini trio: Love is the thing... and the blues too

Philology 2005


Claudio Filippini trio:  Love is the thing... and the blues too

philologyjazz.it

  1. St. Louis blues
  2. Besame mucho
  3. Free love blues
  4. I love you
  5. There's no greater love
  6. I fall in love too easily
  7. Anato-love
  8. You don't know what love is
  9. Cool blues
  10. Beautiful love
  11. Secret love

Claudio Filippini: pianoforte
Massimo Moriconi: contrabbasso
Massimo Manzi: batteria


   Questo disco è stato "registrato la mattina del 09/11/2003 presso il MuRec Studio di Milano con zero ore di sonno dopo aver trascorso 7 ore di viaggio sdraiato per terra nel corridoio di un treno espresso colmo di gente". Così dice l'avvertenza che spicca nel retro-copertina di questo disco d'esordio di Claudio Filippini, avvertenza che ci deve far riflettere su almeno due cose: la prima che in Italia se si deve viaggiare in treno è meglio farlo con la prenotazione, la seconda che lo stress forse giova al jazzista e all'improvvisazione, sia quella prettamente musicale, sia quella usata nel mettere assieme questo trio e questo disco.
   Claudio Filippini è nato a Pescara 23 anni fa ed ha già convinto critica e pubblico - che nel 2003 gli hanno assegnato il prestigioso premio Massimo Urbani - con la sua bravura, distinguendosi come interprete originale e creativo grazie alla sviluppata abilità improvvisativa, ad una visione fortemente personale della musica e ad una ottima padronanza tecnica. Nel caso di un musicista così giovane, solitamente ci si affanna a trovarne le fonti d'ispirazione, ma è inutile citare i pianisti di riferimento: sono sempre gli stessi nomi - lui stesso ne cita almeno una quindicina - quelli che hanno fatto e stanno facendo la storia del jazz. Volendo trovare delle precise influenze, quelle che mi appaiono più evidenti sono Fats Waller, soprattutto per l'uso ritmico e percussivo della mano sinistra, e Oscar Peterson per la fluidità nell'esposizione dei temi e la capacità di essere profondamente bluesy. A discapito del gioco delle attinenze è interessante ciò che dice di lui Stefano Bollani: "Solitamente a quell'età ci si trova ad imitare stili e modelli pre-esistenti. Claudio suona già come Claudio". Ci troviamo davanti, quindi, ad un musicista che, seppure giovane (ma ricordo che Davis pressappoco alla stessa età incise il suo Birth of the cool, Hancock i sui Takin' off, My point of view e Empyrean isles e Mehldau aveva già avviato i suoi "Art of the trio"), è capace di mettere la tecnica eccellente di cui è in possesso al servizio della ricerca di idee musicali coerenti, nuove e intese a privilegiare freschezza e originalità, ma soprattutto imprevedibilità nelle soluzioni ritmiche ed armoniche.
   Due sono le parole d'ordine del disco: "amore" e "blues", entrambe bene messe in evidenza. L'amore va ben oltre la parola "love" presente in molti titoli: è palese la particolare cura con cui Filippini e compagni approcciano i temi e li abbelliscono con assoli e caratterizzazioni che mai ne trascendono la natura, ma che - al contrario - la valorizzano. Allora Free love blues non può essere altro che un omaggio a Bud Powell, There's no greater love è suonata con tutto lo swing e il disincanto da stride-piano con cui l'avrebbe suonata Waller e I fall in love too easily con la dolcezza e la tensione quasi dolorosa che va dedicata ad una ballad come questa. L'amore è per la musica in se stessa, per quel mistero che lega così profondamente tra loro note e suoni, per l'alchimia magica che accomuna tre musicisti ognuno dei quali impegnato a raccontare se stesso attraverso il proprio strumento. A proposito di ciò è interessante notare che questa era la prima volta che Filippini suonava assieme a Moriconi e Manzi e, inoltre, che i brani sono stati incisi tutti alla prima take: considerato l'affiatamento che i tre dimostrano, la limpidezza dell'ispirazione e la convergenza di intenti, il risultato può sorprendere ma conferma quanto sia possibile, con la volontà e l'ascolto reciproco, andare al cuore del jazz stesso.
   Poi c'è il blues - profondamente radicato nel pianismo di Filippini - affrontato con solare baldanza, senza indulgere in languidezze, ma anzi puntando sulla dinamicità. Splendido esempio è l'introduttivo e contagioso St. Louis blues, caratterizzato dal ritmo frenetico e dalle scintillanti cascate di note che escono dalla mano destra del pianista, oppure Anato-love - con Free love blues gli unici due brani originali del disco - gustoso divertissement a tutta velocità ispirato dal tema del cartone animato dei Flinstones, senza dimenticare il parkeriano Cool blues che brilla per perfezione espositiva.
   C'è qualcosa di antico, di rispettoso della tradizione nella musica di questo trio, qualcosa che fa automaticamente scattare certi collegamenti, ma allo stesso tempo è evidente l'intenzione di andare oltre per ricercare nuove sonorità e un diverso modo di proporsi. L'obiezione che si potrebbe muovere a Filippini è la stessa che in passato era riservata a Peterson, cioè quella di suonare troppe note, soprattutto di questi tempi dove la "moda" pare che sia la rarefazione, il togliere piuttosto che il sommare. Credo che questa critica possa essere tranquillamente liquidata dicendo che - così come Peterson - sarà forse vero che Filippini suona più note degli altri ma che nessuna di esse è superflua e, per averne la conferma, basta ascoltare la pulizia dell'esecuzione di You don't know what love is.
   Se Filippini - che si è appena affacciato sulle scene, pur coadiuvato in maniera ottimale da due musicisti esperti quali sono Manzi e Moriconi - rappresenta l'ultima generazione dei jazzisti italiani, allora davvero ci sono buone speranze. Anche se non ne ha bisogno, a lui va il mio "buona fortuna".


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