ECM
2005
Che Arvo Pärt, nato a Paide in Estonia l'11 settembre 1935, sia uno dei più importanti
compositori contemporanei non è certo una mia scoperta visto come la sua musica, innervata da un austero
misticismo e così diversa e lontana dagli stilemi correnti, è seguita ed amata anche da persone che non
ascoltano assiduamente la cosiddetta "musica colta" dei nostri giorni. L'originalità è senza dubbio uno
degli elementi distintivi assieme con l'evidente desiderio di comunicare all'ascoltatore stati d'animo ed
emozioni, rinunciando in gran parte all'ermetismo con il quale gli autori contemporanei sono soliti ammantare
le proprie opere, abbattendo così una buona parte dell'incomunicabilità esistente.
Eppure Pärt, almeno all'inizio della sua ricerca musicale, ha posto le basi del suo linguaggio
nelle regole della dodecafonia facendone proprie alcune pratiche ma compiendo comunque ogni sforzo per
superarle - prima fra tutte la serialità, usata raramente (ad esempio in Perpetuum mobile) perché
considerata una tecnica compositiva troppo limitante - e trovare un nuovo sistema espressivo. Sono significativi
da questo punto di vista lavori come Pro et contra e Collage sul tema B-A-C-H:
nel primo - atipico concerto per violoncello e orchestra del 1966 - viene chiaramente esplicitata la costruzione
atonale e in parte seriale lasciando comunque aperta una porta alla melodia nel bel Largo di appena 25
secondi e nella conclusione dell'Allegro finale. Nel secondo lavoro, frutto di un proprio conflitto
interiore, Pärt si ispira al contrappunto bachiano per la costruzione matematica del brano che diventa una sorta
di "barocco moderno" di indubbio fascino ed interesse.
Questa convivenza con l'atonalità stava portando il compositore estone "in un vicolo
cieco" (sono parole sue); così verso la fine degli anni '60 egli si ritira ed inizia un suo personale studio
attorno al canto gregoriano e alle polifonie antiche e barocche, dando inoltre sempre maggiore importanza alla
voce umana. La sua ricerca si rivolge - al di là delle pratiche "di moda" - verso un differente approccio alla
scrittura musicale perseguendo una pratica quasi ascetica di rinuncia al superfluo, alla sovrastruttura, per
concentrarsi sull'essenziale, sulla materia prima della costruzione tematica ed armonica, lasciando da parte
qualsiasi elemento distraente. Risultato di questo profondo lavoro è l'individuazione nella triade
* del nucleo sonoro capace di generare un brano musicale e di organizzarne, non solo l'armonia, ma
l'intera struttura. Pärt inizia con la triade e la combina con l'altro elemento armonico fondamentale, cioè la
scala che ha il compito di sostenere la melodia, riuscendo a creare uno stile nuovo, rigoroso ed originale.
Considerando che la triade gli ricordava i rintocchi di una campana, egli decise di chiamare questo nuovo
stile "tintinnabuli" (dal latino "campanelli"). Il tintinnabuli non deve però trarre in inganno:
al di là dell'apparente semplicità e sobrietà espositive si celano complessità ed eloquenza insospettabili
come testimoniano, a partire dal 1976 quando lo stile appare nella forma più compiuta, lavori strumentali quali
Fratres, Tabula rasa, Arbos, Pari intervallo e Trivium, o per coro a cappella
- quasi unico musicista a comporre per questo tipo di ensemble - le splendide Missa Syllabica e
Summa. Pärt continua ad usare il suo stile tintinnabuli ancora oggi, pur avendone estese le
applicazioni e allentate le maglie, come dimostra Orient & Occident lavoro del 2000 in cui l'orchestra
d'archi irrequieta e tormentata, si avvolge su se stessa alla ricerca di una pace che non arriverà, esplicazione
simbolica più che evidente del difficile rapporto tra culture che caratterizza i nostri giorni.
Il tema della pace ritorna nel primo brano di questo disco: Da pacem Domine è una breve
(6 minuti scarsi) composizione del 2004 per voci soliste a cappella che trae origine da un'antifona gregoriana
del IX secolo: avvalendosi della cristallina purezza delle voci dell'Hilliard Ensemble, Pärt riesce a coniugare
ottimamente l'antico col moderno, distillando un'opera di solenne ed ieratica bellezza a cui dissetare lo
spirito.
Lamentate - eseguita per la prima volta dal vivo nel 2003 - si compone di una decina
di movimenti, indipendenti quanto ad andamento ma logicamente concatenati, nei quali si alternano momenti
orchestrali e soli pianistici; la strumentazione non deve far pensare il lavoro come ad un concerto per
pianoforte, piuttosto come una sorta di poema sinfonico, soprattutto per il fatto che la musica "descrive"
piuttosto che "evocare". Pärt dice che davanti a Marsyas, l'opera di Kapoor che l'ha ispirato, egli ha
visto dall'esterno il suo corpo giacere morto, ma ha capito anche di non essere pronto a morire. Da questa
impressione è scaturito Lamentate che si configura come una riflessione dell'Uomo di fronte alla
sofferenza, una meditazione sulla civiltà, o forse una "lamentazione" sui rischi della modernità scandita da
dieci stati d'animo, da dieci atmosfere, dove il pianoforte solista rappresenta l'"Uno". Questa sorta di viaggio
interiore si apre con Minacciando, un inizio tellurico e cupo di timpani e ottoni che lascia il posto
a Spietato con il suo spaventoso crescendo di pianoforte e orchestra. Di fronte a questa aggressione
sonora - metafora della vita - l'Uomo si sente abbandonato e Fragile: appena un sussurro proviene da
violini ed ottoni mentre il pianoforte accenna le note di una melodia desolata che presto in Pregando
genera la speranza (conosciamo la profonda spiritualità di Pärt) con un movimento orchestrale di largo respiro
nel quale ottimamente si inserisce il pianoforte evocando aperture pastorali rasserenanti. Ma l'Uomo è ancora
di fronte alla sua Solitudine e instaura un monologo con se stesso, interrotto appena da un leggero
accenno degli archi e del flauto fino alla "consolazione" dove la tensione si stempera in un abbraccio
orchestrale.
Stridendo, con il secco incedere dei tamburi e degli squilli delle trombe ribattuti
percussivamente dal pianoforte, ci introduce in una nuova dimensione dove incombono minacciose presenze che
trasmettono una forte inquietudine, mantenuta dagli archi per tutto Lamentabile con la ripetizione della
medesima frase, fino a che, Risolutamente, l'Uomo pare prendere una decisione, individuare un punto fermo
da cui partire, fino a riconoscersi Fragile e conciliante rispetto alla vita, nella dolcezza della
melodia suonata dal pianoforte, quasi una presa di coscienza della realtà, senza retorica e con il dovuto
disincanto.
Un opera di grande fascino e rigore, questo Lamentate, che credo si possa annoverare
tra le più interessanti del compositore estone e che ne dimostra ancora una volta la profondità filosofica oltre
che musicale.
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