- MARZO 2005 - 

Yo La Tengo: I can hear the heart beating as one

Matador 1997


Yo La Tengo: I can hear the heart beating os one

yolatengo.com

  1. Return to hot chicken
  2. Moby octopad
  3. Sugarcube
  4. Damage
  5. Deeper into movies
  6. Shadows
  7. Stockholm syndrome
  8. Autumn sweater
  9. Little Honda
  10. Green arrow
  11. One PM again
  12. The lie and how we told it
  13. Center of gravity
  14. Spec bebop
  15. We're an american band
  16. My little corner of the world

Ira Kaplan: chitarre, tastiere, voce
Georgia Hubley: batteria, voce
James McNew: basso


Al Perkins: lap steel (2), pedal steel (11)
Jonathan Marx: tromba (6)


   Lo so, questo disco non è proprio attuale essendo uscito otto anni fa, ma per una volta voglio essere fedele al mio proposito di recensire come "disco del mese" anche dischi non proprio "freschi". Questo perché, mio malgrado, ho scoperto solo di recente gli Yo La Tengo dopo l'ascolto casuale del loro disco del 2000 And then nothing turned itself inside-out - altro capolavoro - e mi hanno fatto davvero una così grande impressione che sono andato alla ricerca della loro discografia. Quando mi sono imbattuto in questo I can hear the heart beating as one ne sono rimasto così affascinato da non poter smettere di ascoltarlo; quindi come logica conseguenza l'ho scelto come disco di questo mese.
   Gli Yo La Tengo arrivano da Hoboken nel New Jersey e prendono il bizzarro nome dalla passione di Ira Kaplan per il baseball, dove l'espressione ispanica "yo la tengo" (ovvero "ho la palla") è gridata dalle persone del pubblico che recuperano al volo i "fuori campo". Partiti nel 1984 come duo - formato da Ira Kaplan e Georgia Hubley, compagni anche nella vita - dalla marcata connotazione chitarristica-noise, con l'aggiunta nel 1991 del bassista James McNew si dirigono verso atmosfere e suggestioni che, soprattutto nel trattamento riservato alla chitarra, richiamano certa psichedelia di stampo Velvet Underground, anche se decisamente calata nel presente. Gli Yo La Tengo attraversano la scena - o meglio - le scene musicali a loro contemporanee prendendo molteplici spunti, ma mantenendosi sostanzialmente autonomi rispetto alle varie tendenze e facendo dell'eclettismo un elemento fondamentale della loro arte. La cosa che colpisce maggiormente ascoltando i loro dischi, oltre allo spaziare tra gli stili, è la coerente e preziosa unità d'intenti nel voler far coabitare assieme, senza particolari contrasti, la loro personale ricerca sperimentale con il puro carattere pop-evoluto di certe melodie. Sono davvero ammirabili la lucidità espressiva e la capacità di rimanere "intellettuali" senza perdere in forza comunicativa come invece è successo, e succede, a tanti musicisti indie-rock. Così, se nei primi lavori come Ride the tiger e President Yo La Tengo, sono le ambientazioni Lo-Fi e noise ad essere predominanti, pur sempre racchiuse in una genuina forma-canzone, piano piano si assiste ad una progressiva dilatazione degli spazi sonori e ad un rallentamento dei ritmi, senza comunque rinunciare ad incursioni nel folk e ad arpeggi elettrici corrosivi nei momenti più prettamente rockeggianti come spesso accade nell'interessante Painful. Proprio a partire dal già citato And then nothing turned itself inside-out, il gruppo lascia sempre maggiore spazio alla contaminazione elettronica, facendo diventare le proprie canzoni delle sognanti ballate pennellate di languide stille psichedeliche e velate di jazz, tanto che nel successivo Summer sun si avvalgono della collaborazione di illustri jazzisti tra cui il contrabbassista William Parker.
   Questo I can hear the heart beating as one si colloca al centro di questa sorta di lenta trasformazione incarnando di fatto il classico lavoro di transizione e come tale diventa forse la migliore realizzazione del trio. I tratti salienti che connotano i musicisti sono oramai ben definiti: la voce di Kaplan è abilmente malinconica, mentre le sue chitarre sanno essere taglienti nei brani più tirati come Sugarcube o Deeper into movies o ineffabilmente folkeggianti come nella onirica One PM again, senza peraltro prescindere dalla delicata psichedelia che ne è lo splendido marchio di fabbrica. Il drumming della Hubley, che come Maureen Tucker usa soprattutto i tamburi per ottenere effetti piuttosto cupi, è una tela delicata che sapientemente impreziosisce i brani e la sua voce sottile è perfetta per ballate malinconiche come Shadows o la personalissima cover My little corner of the world in stile Connie Francis. Il basso di James McNew è sempre ben presente a dare le giuste pulsazioni e, anche quando non viaggia in perfetta sintonia con la batteria, con i suoi "giri" funge da punto di riferimento sia ritmico (Moby octopad) sia melodico (Stockholm syndrome, cantata proprio da McNew) su cui si appoggiano le chitarre.
   Ancora una volta il disco si fa apprezzare per la sua eterogeneità; gli Yo La Tengo, infatti, riescono a trasformare questa loro caratteristica che spesso è considerata una sorta di difetto, in un pregio assoluto del loro lavoro tanto che pare del tutto naturale, e logico, passare dalla lisergica Moby octopad caratterizzata da un incedere jazzy con l'intesa ottimale di basso e batteria, alla grintosa Sugarcube, dagli echi di revival folk/rock elettrico - quello dei Byrds per intenderci - di The lie and how we told it alla simil-bossa nova di Center of gravity in cui mirabilmente duettano Kaplan e Hubley. Come non abbandonarsi alle delicatezze acustiche della splendida Shadows - con tanto di assolo di tromba - e dell'irresistibile pop di Stockholm syndrome, o alla cover noise-rock della Little Honda dei Beach Boys, passando per l'elettronica e l'organo di Autumn sweater? Peccato per i dieci minuti di Spec bebop che appesantiscono eccessivamente l'ascolto con un andamento percussivo un po' troppo statico ma che comunque vengono stemperati nella visionaria We're an american band e dall'irresistibile cover finale di My little corner of the world che lascia nell'ascoltatore un bellissimo sapore agrodolce.
   In I can hear the heart beating as one, quindi, convivono in perfetto accordo molte anime, quella pop più acustica e delicata di ballate tanto nostalgiche da apparire crudeli, quella disturbata da frequentazioni in ambito rock e sperimentazione elettronica, quella psichedelica che impregna tutti i 16 brani caratterizzandoli in modo fortemente personale e del tutto nuovo. Un disco da avere sia perché contiene una manciata di canzoni che, senza esagerazione, si posso definire epocali, sia perché, scoprendolo piano piano in ogni sua sfumatura, ci si rende conto che tanta parte del pop/rock alternativo - e non solo - degli interi anni '90 è passato proprio per questi solchi, che assumono la connotazione non tanto di campionario, quanto di esercizi di stile sulle musiche possibili.


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