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2004
Jim Hall non ha certo bisogno di presentazioni. Il chitarrista nato nel 1930
a Buffalo (NY) è semplicemente quello che si definisce un "mostro sacro" del jazz ed in particolare
della chitarra. Fin dal suo disco d'esordio come leader - quel Jazz guitar uscito nel 1957 per la
Pacific Jazz - il suo lavoro si contraddistingue per originalità e per la costante tensione nel voler
conciliare la ricerca con la naturale cantabilità ed armoniosità dello strumento.
Se agli esordi la sua poetica era sicuramente inseribile in un ottica cool, grazie
anche alle numerosissime collaborazioni, il suo stile si è evoluto fino a comprendere l'intera
estetica del jazz tanto da arrivare ad averne una personale e distinguibile. Del resto cosa pretendere da
chi a tredici anni è stato folgorato dall'assolo di Charlie Christian su Grand slam e che
ancora si chiede come fare per suonarlo? Da chi ha lavorato - tra gli altri - con Chico Hamilton, Jimmy
Giuffre, Ella Fitzerald, Bill Evans, Sonny Rollins, Art Farmer, Pat Metheny? Il minimo che si può chiedere ad
un tale musicista è un'altissima concentrazione e attenzione per i particolari e una perfezione nelle forme
espositive, elementi peraltro perfettamente espressi da Hall. Se non bastasse questo, è doveroso
ricordare il suo amore per la purezza del suono e per la melodia che non li impedisce, comunque, di ottenere
buoni livelli di astrazione. Lo stile di Hall, infatti, è particolarmente rarefatto, con ampie aperture
spaziali di largo respiro; è chiara la predilezione per il jazz acustico, quasi sussurrato, mai invadente o
"gridato". Hall fa della sensibilità la sua dote migliore, caricando di eloquenza anche i silenzi,
accomunato in questo all'abilità di Miles Davis di dire molto con pochissimi elementi, usando le singole note,
le pause e togliendo - invece che sommando - per dire di più.
Erano parecchi anni, circa un decennio, che Hall non registrava con un trio ed è un peccato
perché proprio in questa situazione la sua poetica è messa maggiormente in evidenza; così questo
Magic meeting si rivela essere importantissimo nella discografia del chitarrista e - anche perché
registrato dal vivo - particolarmente adatto ad illustrarne l'arte, la tecnica e la magistrale capacità di
creare forme compiute partendo dal linguaggio più astratto, ovvero quello delle note, spaziando
in libertà tra gli stili fino a renderli propri. I due compagni scelti in questo viaggio sono fondamentali
per l'ottima riuscita del viaggio stesso. Scott Colley, classe 1963, è quello che si definisce un
side-man richiestissimo avendo suonato praticamente con tutti i grandi jazzisti degli ultimi 20 anni:
contrabbassista dalla spiccata vena melodica e dalla grande abilità improvvisativa, è perfettamente
complementare al leader e con il suo suono potente ma misurato e la sua capacità di suonare sul filo dello
swing rendono il trio particolarmente versatile. Anche Lewis Nash - di qualche anno più vecchio - è musicista
molto richiesto e ben presente sulla scena jazz odierna. Ciò è dovuto sicuramente alla sua bravura ma credo
anche alla sua caratteristica principale - che è poi quella che apprezzo maggiormente nei batteristi -
cioè la particolare sensibilità di un musicista che, pur suonando uno strumento "rumoroso", non lo fa "pesare"
o sovrastare sugli altri.
Le caratteristiche di questi tre musicisti si possono subito apprezzare a pieno già dal
primo brano di questo disco: Bent blue è un blues scritto da Hall e ottimamente da lui tratteggiato; il
chitarrista sembra quasi divertirsi a giocare con il tema, accelerando, rallentandolo, bloccandosi e ripartendo
di colpo. Basta questo brano per capire quanta influenza egli abbia avuto nei chitarristi di oggi, soprattutto
in Bill Frisell. Il secondo pezzo, Blackwell's message (scritto da Joe Lovano) è il più lungo del disco
e quello in cui è più evidente l'empatia del trio. L'apertura è affidata a Nash che percuote i suoi tamburi in
modo particolarmente cupo e che prosegue così la sua spinta propulsiva, segue Hall che espone il tema dapprima
in modo sognante lasciando le corde della sua chitarra libere di vibrare e poi improvvisando via via con una
serie di riff mozzafiato. Ottimo il lavoro di Colley che funge da perfetto contrappunto al leader.
Skylark, vecchio standard di Hoagy Carmichael, è melodia pura: l'andamento del brano è
rilassato, la chitarra è limpida, cristallina, il drumming di Nash è misurato, riempie gli spazi con particolare
attenzione, lasciando la scena ad un quantomai ispirato Hall e ad un altrettanto evocativo Colley che si produce
in un assolo di pregevole fattura. In Canto Neruda - altro originale di Hall - è di scena la chitarra
classica: qui non c'è un vero tema, ma Hall si "limita" ad arpeggiare lasciando che gran parte delle emozioni
passino attraverso il drumming assolutamente fuori dagli schemi di Nash generando un crescendo di rara intensità
e bellezza. Furnished flats è sempre scritta dal leader ma l'atmosfera cambia: il brano è nervoso, guidato
dalle invenzioni timbriche di un Hall tagliente, ma è soprattutto l'occasione di Colley per mettersi in mostra
prima con un magistrale walking bass e poi con un lungo assolo con continue variazioni ritmiche ed
armoniche.
In Body and soul Hall esplora ancora una volta un brano più volte affrontato; grazie
alla propria sensibilità ne svolge il tema in modo obliquo nascondendolo e rivelandolo a piacere, dandogli così
un carattere spiccatamente intimo e riflessivo. Il disco si chiude con il gioioso ritmo caraibico di
St. Thomas di Sonny Rollins che suggella in modo ottimale questo "incontro magico" tra tre ottimi
musicisti, ciascuno particolarmente impegnato a sentir suonare i colleghi e a fornirvi un buon supporto in modo
paritario e felicemente libero da preconcetti.
Un'ultima nota sulla distribuzione del disco. Magic meeting - prodotto in sole 3500
copie - non lo troverete nei negozi: la ArtistShare infatti offre la possibilità ai musicisti di vendere
direttamente i loro lavori, senza alcun intermediario, via internet. Il disco, pertanto, è facilmente
acquistabile al sito www.artistshare.com.
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