Splasc(H)
2004
Premessa doverosa: il flauto, in modo particolare nel jazz, non è il
mio strumento preferito, quindi un disco come questo - che sostanzialmente è un lungo duetto
tra flauto e pianoforte - non si presentava all'ascolto con i migliori auspici,
dovendo vincere una mia prima diffidenza. Ovviamente se l'ho scelto come
disco del mese la prova l'ha ampiamente superata dimostrando come, a
volte, fa bene liberarsi di qualche preconcetto.
Entrambi siciliani, Nicita e Di Rosa hanno la ventura di
incontrarsi qualche anno fa a Milano dove giunsero per due ragioni
diverse: Nicita - che proviene da studi classici, ma che segue con
interesse anche il jazz e la musica etnica - per un corso di
perfezionamento al Conservatorio, Di Rosa per seguire un master di design,
attività che affiancava ad una poliedrica attività musicale sia in campo
pop che jazz. L'incontro tra i due, concretizzatosi in questo Voices,
non poteva essere più fruttuoso in quanto proprio in questo disco hanno
messo assieme in modo armonioso le loro esperienze, ampliandole e
completandole a vicenda, esperienze che si sono arricchite ulteriormente
grazie alla partecipazione del trombettista Giovanni Falzone - anch'egli
siciliano - che ha voluto Nicita nel suo ultimo disco Earthquake Suite.
Per iniziare ad ascoltare questo disco credo si debba partire
da quanto scrive Nicita nel libretto del CD: "Voices è il canto
dell'anima che risuona in un'area di vita lontana, sconosciuta ma vera,
incancellabile. Proprio lì, dove navigano e si intrecciano felici e
tristi ricordi, si genera quell'energia che scivola sul suono e diventa
emozione". Voci interiori, quindi, che provengono da
ricordi ed emozioni del passato, che si fanno palesi e acquistano vita man
mano che affiorano alla coscienza e che, mentre si caricano del bagaglio
culturale dei due musicisti, si fanno musica. Proprio questo affascina di
questo disco: la spontaneità dell'espressione, la libertà di mettere
assieme il folclore mediterraneo, una certa classicità di esecuzione, la
tipica improvvisazione jazzistica e la musica colta del novecento. A
questo si aggiunge l'intesa ottimale tra Nicita e Di Rosa capaci di
instaurare un legame che di fatto supera il classico rapporto tra solista
e accompagnatore, che invece si configura come il dialogo costante
tra due voci intente a mettere a nudo ciascuno il proprio sentire
interiore generando a seconda dei casi ritmi, melodie ed armonie sempre nuove.
Nicita ha la capacità di attraversare gli stili con
naturalezza, usando il suo flauto spesso in modo poco convenzionale
"sporcandone" il suono con emissioni poco accademiche; per capire questo
basterebbe il primo brano, Viene sera, dove Nicita
riserva al suo strumento una funzione puramente ritmica lasciando ai
colleghi il compito di sviluppare la melodia tra i nervosi fraseggi di
Falzone e il pianismo puntuale di Di Rosa. Anche in Voices part 1 la
melodia viene costruita con un procedimento molto originale, ovvero
dall'interiezione - o forse collisione - di una serie di piccoli cluster
ottenuti con la tromba, il pianoforte e il flauto che formano un singolare tappeto
melodico e ritmico allo stesso tempo. Altra bella prova è Voices part 2
dove il duo, che lavora per sovrapposizione quasi a strati di suoni, è capace di
creare una piccola suite dapprima con l'astrazione sonora ottenuta semplicemente
soffiando dentro il flauto, poi con la concretezza di un insistito fraseggio del
pianoforte a cui risponde ancora ritmicamente il flauto. Ancora echi free si
possono ascoltare in Waiting for the sound in cui l'andamento sognante del flauto
e lo scoppiettare della tromba donano al brano una particolare incisività. Ma non mancano
neppure le ballad dove brilla la dolcezza come in And she walked in
o dove la bucolicità riesce a raffreddare i calori estivi come in G.
on my mind.
Interessante anche Di Rosa che sa spostarsi da territori ritmici come in
Senza parole - dove oppone al suono quasi metallico del flauto un pianismo brillante
di stampo monkiano - o come in Lua in cui affiora il suo amore per lo swing (magari
appena accennato) fino a giungere ad atmosfere più rilassate di Il buon senso dove il
duetto con il flauto si fa serrato pur non riunciando a pregevoli aperture
melodiche.
Di Voices credo si debbano ricordare soprattutto la
spontaneità, la libertà di espressione tra diversi stili, l'equilibrio
tra le voci strumentali e il loro pregevole intreccio, per un disco che si
presenta piacevole subito fin dal primo ascolto e che negli ascolti
successivi mantiene intatta la freschezza iniziale. Decisamente una buona
prova di debutto per questi due ottimi musicisti che fa ben sperare per il
futuro.
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