- GIUGNO 2005 - 

Keith Jarrett: Radiance

ECM 2005


Keith Jarrett: Radiance

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Disco 1

Disco 2

Keith Jarrett: pianoforte





   Tre strade luminose che procedono parallele, una quarta che si affianca a queste e che in lontananza sembrano unirsi in un unico fascio di luce nell'oscurità della notte. Strade forse diverse, contraddistinte da singole note lucenti, strade che portano ad una meta conosciuta solo da chi le percorre in quel momento, in quel preciso istante che ne determina l'essenza. Percorsi di luce che richiamano percorsi musicali, tanto concreti quanto effimeri, percorsi che seguono il filo dei pensieri, che vengono creati e mutati nel loro uscire allo scoperto.
   E' difficile e rischioso parlare di Jarrett, ma Jarrett è questo. Ha la capacità di immergere ogni singolo ascoltatore nel suo mondo sonoro e di condurlo per mano per mostrarne le meraviglie; il dialogo con il suo pianoforte è intenso, carico di passione, di un forte senso di ricerca, a volte prevale l'impeto, più spesso è il romanticismo a far muovere le mani, ma sempre è la coerenza che dispone chiara nella sua mente la nota successiva sulla quale andrà ad improvvisare.
   Molti aspettavano questo disco di piano solo (il dodicesimo dall'esordio folgorante di Facing you), almeno da circa una decina d'anni, cioè da La Scala, ultimo concerto di piano solo pubblicato nel 1997. E' vero che nel 1999 uscì The melody at night, with you, ma quel disco - a mio giudizio ottimo - ha una storia particolare: nato nella tranquillità del suo rifugio del Cavelight Studio nel New Jersey, contiene una decina di standard ed un solo brano originale ed è soprattutto servito al pianista come elemento di musico-terapia per risolvere i problemi di salute che l'affliggevano.
   Radiance, comunque, presenta delle novità rispetto alle performance più vecchie: non più un lungo set diviso in due parti con l'aggiunta di qualche bis, ma una suite in 17 parti - dalla durata piuttosto varia e spesso unite senza soluzione di continuità - la cui organicità è evidente all'ascolto anche se esse sono prese da due diversi concerti: le prime 13 sono l'intero concerto di Osaka del 27/10/02 e le altre quattro da quello di Tokyo del 30/10/02. Jarrett stesso, nel libretto allegato al doppio CD, spiega come ogni brano sia generato da quello precedente, senza una struttura musicale predefinita, ma che anzi si è creata durante la performance. E' interessante notare come il pianista - consciamente o meno - abbia giocato con i contrasti, giustapponendo improvvisazioni a carattere astratto ad altre prettamente tematiche, dando una sensazione di continua tensione/distensione ma anche di organicità, cercando sempre di "trasformare l'energia ogni volta in qualcosa di nuovo" (sono parole sue) stando in ascolto della musica, piuttosto che provare a crearla. Illuminante è questa frase nel libretto: "We are all players and we are all being played".
   Ma è bene raccontarlo passo dopo passo questo disco, così come ci viene dato al nostro orecchio, seguendone il filo e lasciando che la mente vi si abbandoni; io ci provo, ben sapendo che quanto scriverò è solo una parte del tutto.
   Se la Parte 1 è la pietra di fondazione su cui si eleva tutto il disco, certo non è semplice penetrarne la logica. Si naviga a vista, senza alcun riferimento concreto; sembra quasi che Jarrett stia studiando una serie di accordi per cercare la combinazione più indicata per fare da conduttore per il concerto. Poi a circa 3/4 del brano finalmente trova un appiglio melodico al quale si abbandona, quasi ringraziandolo. Dopo una serie di cluster di matrice free inizia il secondo brano nel quale l'atmosfera cambia. Non ci sono più i cambiamenti cangianti uditi in precedenza, ma viene abbozzata una lenta linea melodica che, dopo una serie di accordi nella parte medio-alta della tastiera, viene spezzata e ricomposta usando un metodo piuttosto amato da Jarrett, ovvero la sovrapposizione di pedali ottenuti con la mano sinistra su cui la destra improvvisa puntando molto sulla ritmica. Tutto si placa nella Parte 3: qui è la melodia a regnare sovrana. Sembra quasi uno standard provato e riprovato che trasuda romanticismo, qualcosa da ricercare nei songbook di Cole Porter o di Rodgers e Hart. Dopo questi sei minuti scarsi di una bellezza sublime arriva lo schiaffo del quarto "movimento", ovvero un minuto e mezzo totalmente free.
   La Parte 5 inizia in modo piuttosto cupo, con toni molto bassi che si evolvono in una serie ripetuta di scale astratte: non c'è cantabilità, anzi la ricerca appare quasi come una sofferenza, un doloroso scavare interiore. Niente di tutto questo si trova nella Parte 6 dove - forse proprio in virtù dell'astrazione precedente - viene esaltata la melodia pura e cristallina, commovente per dolcezza e concentrazione, con Jarrett che quasi ne canta alcuni passaggi. L'emozione è fortissima, la sensazione di bellezza è assoluta ed è forte la consapevolezza che, pur nato nell'improvvisazione, questo è un brano compiuto che Jarrett dovrebbe trascrivere, intitolare e pubblicare come un pezzo a sé stante; una delle più belle melodie da lui suonate. L'unica cosa da fare dopo una tale meraviglia è cambiare totalmente ed infatti il brano 7 si presenta completamente diverso: ribollente di spunti free di difficile lettura, è perlopiù fatto di scale che accennano a fughe tanto improvvise quanto armonicamente chiuse. Con la Parte 8, sicuramente il brano più "facile" del disco, ritorniamo indietro, in molti sensi: Jarrett compie un tuffo nel passato, il suo personale della nativa Allentown e quello professionale del "quartetto europeo" tanto questo brano ricorda le atmosfere di My song. Il disco si chiude con la nona parte, carica di echi e suggestioni, una lenta progressione quasi immobile, molto riflessiva e speculativa con la mano sinistra che si limita a piccoli tocchi.
   Il secondo disco si apre con un brano dal sapore impressionistico alla Debussy, costruito su una lenta scala ascendente che si rinnova continuamente per riprendere da capo; appare come una lunga introduzione verso una soluzione che non arriverà, cosa che produce una tensione particolare che diviene man mano più riflessiva e sognante. La Parte 11 è un minuto appena di sfogo virtuosistico nella quale Jarrett improvvisa su veloci scale di evidente stampo jazzistico, prima di liberare nel brano successivo la sua più pura essenza: gran pedale tenuto per tutto il brano con la mano sinistra e mano destra che viene lasciata libera di improvvisare su un appena accennato tempo di blues. Il metodo ricorda molto quanto fatto col trio in Changless, diventando di fatto uno dei brani dove è più evidente il proposito di Jarrett di trasformare l'energia e comunicarla all'ascoltatore in maniera più diretta possibile, senza mediazioni.
   A giudicare dagli applausi l'ultimo brano - la Parte 13 - di Osaka è il bis. E come spesso accade - mi vengono in mente l'Over the rainbow de La Scala, il bis di Tokyo nei Sun bear concerts, o quello in solo a Venezia nel 2001 - è proprio nei bis che Jarrett ci regala le cose più belle: questo in particolare è un altro struggente tema che lascia senza fiato per limpidezza e liricità. Insieme alla Parte 6 in assoluto le cose più belle del disco. Il brano che segue, armonicamente piuttosto spezzettato, è il primo del concerto di Tokyo ma, pur essendo tematicamente molto diverso, non si avverte uno stacco, tanto è in linea con quanto udito finora. Con i brani successivi, forse a volersi far perdonare l'asprezza di alcuni passaggi più ostici, Jarrett ritorna alla melodia: la Parte 15 inizia in maniera piuttosto fosca, ma ben presto si libera in un tema dolce che in certi passaggi lascia intravedere gustosi echi barocchi, la Parte 16 è lieve come una carezza, è un volo libero su panorami incontaminati. Il disco e il concerto di Tokyo sono chiusi dalla Parte 17 che inizia con una serie di note ribattute da entrambe le mani fino a trasformarsi in un pedale su cui si stende un tema accattivante; l'insieme dona al brano un tono di mistero e suona quasi come una sorta di liberazione e ringraziamento ad una entità superiore, alla musica stessa. E non ci poteva essere chiusura migliore.
   Non prendetevi impegni quando deciderete di ascoltare Radiance. Staccate telefoni e campanelli perché le 2 ore e i 19 minuti del disco vi terranno davvero occupati. Perché quello che vi ho raccontato è ciò che io ho colto e non ha esaurito di certo quanto ha da dire questo lavoro che, sono sicuro, diverrà uno dei più importanti della discografia di questo grandissimo musicista.


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