Label bleu
2004
Proprio non mi spiego il perché nutrivo una assolutamente immotivata
diffidenza nell'accostarmi a questo disco; sarà forse per il suo ermetismo che non ne rivela
subito tutta la sua bellezza, ma lo fa piano piano svelando ad ogni ascolto un particolare, una
sensazione nuovi. In effetti ci sono dischi che appaiono definiti e compiuti fin dalle prime note
ed altri, come questo, che hanno una carattere mutevole, quasi in trasformazione. Così la natura
di questo lavoro rispecchia in pieno il suo titolo: Morph deriva dal termine "morphing",
cioè una tecnica di grafica tridimensionale usata per trasformare una figura in un'altra, azione che
genera una concreta descrizione di movimento. Se sostituiamo, infatti, alle figure la
musica, otteniamo proprio questo: suoni multiformi, in continuo mutamento, suoni che in poche battute
collidono, si accordano, diventano "altro". Questo aspetto mi pare essere la caratteristica
principale e più importante di questo disco, assieme all'evidente ironia usata sia nell'approccio alla
materia musicale, sia nella "confezione" dei brani; effettivamente se titoli quali Paftastique,
Piano prepagato, After the fastfood, Il guardiano del farro danno immediatamente
l'idea di dove il trio voglia spingersi, l'ascolto focalizza maggiormente quali sono le prerogative che
lo muovono, in cosa consiste la propria originalità e la propria indipendenza.
Del resto la natura del P.A.F., trio assolutamente paritetico, è costruita su quelle
che sono le caratteristiche dei musicisti che lo compongono: Paolo Fresu è sì musicista dallo spiccato
lirismo, ma è anche delicato sperimentatore di nuove sonorità usando, non invasivamente, l'elettronica
applicata alla tromba. Antonello Salis ha fatto dell'imprevedibilità un suo modo di essere e di suonare;
i suoi interventi al pianoforte esulano da schemi prefissati, così come alla fisarmonica che ha liberato
dalla sua identificazione "tanguera" (Chatango - dove peraltro essa non è presente - è sì
un tango, ma davvero sui generis). Furio Di Castri è l'anima più concreta del trio, colui che detta i
tempi, ma anche colui che fornisce molteplici spunti creativi.
Morph non è semplicemente un disco, ma assume la dimensione di un viaggio che
si snoda tra le suggestioni e i suggerimenti offerti dai tre musicisti, senza un ordine ben preciso se
non quello del pensiero che viene lasciato libero di spaziare tra generi ed ispirazioni, con creatività,
con la voglia di non porsi limiti e seguendo un profondo ed indipendente bisogno d'esprimersi. L'unico
modo per fare questo è rinunciare ad un filo logico, se non quello del viaggio, ed invece carpire i vari
temi esposti durante il cammino, dall'apertura di Move in alla chiusura dell'antitetica Move
out ottenute facendo collidere assieme i suoni e i rumori di uno studio, ferramenta, passi, colpi di
tosse, voci, la suoneria di un cellulare, accordi di pianoforte, sedie, bottiglie in quelle che le note di
copertina definiscono "philosophical removal live sessions". I brani non sono entità a sé stanti, ma
sono compenetrati tra loro; infatti non si è ancora sopito lo strepito che in South shout mouth
Fresu parte con un perfetto attacco da bopper mentre Salis si produce in una sua personale versione
di stride-piano. Nella successiva Paftastique, tra leggere velature elettroniche di Fresu, è
il piano preparato di Salis che la fa da padrone creando un'atmosfera misteriosa ed inquietante che diviene
quasi danzante solo verso la fine quando il musicista cagliaritano imbraccia la fisarmonica.
Dopo l'interlocutoria e sognante Douce danse, dove la tromba con sordina di Fresu
si libra su un leggero tappeto sonoro del contrabbasso e della fisarmonica, ed Another road to Timbuktu
che appare come la somma apparentemente disordinata di temi esposti via via dai vari strumenti, con il ritmo
irregolare di Chorinho - in cui Salis suona il piano quasi con piglio cubano - emerge quella che è una
delle nervature del disco, ovvero un forte e altrettanto indefinito richiamo all'America Latina. Dopo
l'affascinante e pensierosa Fado curvo dove l'interplay del trio raggiunge il suo massimo soprattutto
in virtù di un ottimo Di Castri, troviamo il piano preparato di Salis in Piano prepagato
che fa da introduzione a Chatango, sorta di tango, più pensato che suonato, mentre After the
fastfood, con i suoi echi elettronici è prologo a Les contes d'Hoffmann - da Offenbach - tenuta in
piedi dall'ironia da guasconi, dove l'overture è pretesto per il puro e limpido gioco. Senza neppure
accorgersene si passa direttamente a Baci da Firenze che sugli effetti elettronici applicati alla
tromba ci porta al brano più lungo e centro emozionale del disco, ovvero la bellissima Madrugada.
Dedicata da Di Castri agli orfani dei desaparecidos argentini e concepita su una lunga linea di basso
sincopata ma allo stesso tempo cantabile, dà modo a Salis di sfoggiare tutta la sua arte fisarmonicistica e
a Fresu di dimostrare - se ancora ce ne fosse bisogno - quanto possa essere struggente la sua tromba.
Procedendo nell'ascolto troviamo Knock out che sembra quasi un rag-time con
il suo irresistibile intercalare, seguita da Nogales appassionata dedica di Salis a Charles Mingus
dove, ovviamente, è il contrabbasso di Di Castri a dettare i tempi per l'esposizione del tema da parte della
tromba con il piano a fare da contro-canto. Chiudono l'esplorazione sonora l'inserto rumoristico Guardiano
del farro, il ritmo coinvolgente di Happy beat scandito dalla fisarmonica quasi folk in pieno
contrasto con Corale soñiante dove, ancora una volta, è Fresu a liberare tutto il romanticismo della
sua tromba.
Tutto questo, e molto altro ancora che non è esprimibile a parole, fa di Morph un
disco unico, irripetibile, una dichiarazione di amore per la musica, per le libertà che essa concede a chi la
pratica e per le possibilità di usare o meno queste libertà. Ad un livello più pratico è anche un importante
documento che testimonia l'attività oramai decennale di questa formazione che, a dispetto di una intensa
attività concertistica, ha inciso finora solo un paio di dischi, un cd-rom interattivo intitolato Hands
nel 1996 e il Live in Capodistria del 1998.
|