Samadhi Sound
2005
Un piede ben ancorato nel passato e l'altro altrettanto saldamente puntato verso il futuro,
ecco come si presenta oggi il nuovo David Sylvian. Sì perché sarà anche vero che questo disco è accreditato
al sodalizio Nine Horses, ma è altrettanto vero che dei tre titolari, ovvero Steve Jansen, Burnt Friedman e lo
stesso Sylvian, è proprio la personalità di quest'ultimo che emerge anche se egli ha partecipato alla stesura
della musica di solo quattro dei nove brani, pur avendone scritto tutti i testi e gli arrangiamenti. Lascio
agli amanti della statistica e della classificazione il giudicare se questo disco vada annoverato nella
discografia del musicista inglese; dal punto di vista musicale lo è di sicuro in quanto in esso sono ben presenti
le caratteristiche che fin dal 1984 con Brilliant trees, primo disco a proprio nome, l'ex-Japan ha
continuato a sviluppare nei propri lavori: una produzione raffinata che guarda alla sperimentazione ma anche alla
genuinità della musica pop, che armonizza al meglio la componente acustica con quella elettrica ed elettronica e
che accentua la levigatezza dei suoni privilegiando atmosfere rarefatte, sonorità ricercate e spesso
orientaleggianti, senza mai rinunciare - se non in qualche caso - alla "forma canzone".
Tutto questo lo ritroviamo anche in Snow borne sorrow e forse più profondamente che
nelle ultime prove discografiche, e mi riferisco soprattutto al non brillantissimo Dead bees on a cake
(che comunque conteneva brani notevoli come Krishna blue, I surrender, Wanderlust e
The shining of things) ultimo disco uscito per la Virgin prima che Sylvian decidesse di fondare la propria
etichetta discografica, la Samadhi Sound. E' proprio con Blemish, primo disco uscito nel 2003 per
quest'ultima che Sylvian produce, spiazzando critica e pubblico, il lavoro che - seppur controverso - è senza
dubbio il più intenso e introspettivo della sua carriera, forse perché finalmente libero dalle imposizioni di una
major. Ciò che contraddistingue Blemish è senza dubbio il pressoché totale abbandono delle pulsioni pop per
abbracciare una ricerca sonora che, grazie soprattutto all'elettronica, si configura anche come ricerca all'interno
di se stesso. La lunga suite di Blemish, affrontata praticamente in solitudine - senza la solita ottima
schiera di ottimi collaboratori e in compagnia del simbiotico fratello - rappresenta a tutti gli effetti una cesura
nella produzione musicale di Sylvian, certo non di facile lettura, ma affascinante come le opere che si svelano
molto lentamente per pochi elementi alla volta.
Cosa fare dopo un lavoro del genere non deve essere stata una scelta semplice: continuare sulla
strada dell'ermetismo e del ripiegamento su se stessi avrebbe prodotto un'opera troppo simile alla precedente e
rischiava di essere ripetitivo, cosa che Sylvian nella sua carriera non è mai stato. Meglio allora optare per un
nuovo approccio lasciandosi alle spalle Blemish come una parentesi, importante e necessaria. Il processo era
già iniziato con il mini CD World Citizen ma qui si concretizza con un nuovo
progetto a tre, con una schiera di nuovi collaboratori - mai così numerosi in un solo disco - e nuove suggestioni
musicali in parte provenienti dal passato, in parte derivanti dalla contaminazione sempre più marcata tra i generi.;
Dal punto di vista musicale ciò che si ascolta in Snow borne sorrow è innanzitutto un
marcato ritorno alla melodia, ma soprattutto la fusione di pop, jazz, avanguardia ed ambient che solo
superficialmente appare "facile" ma che in realtà ha origini ben più profonde. La cosa che colpisce in modo
particolare è quanto convincente è questa fusione costruita con naturalezza, senza strappi, senza compromessi,
sfruttando gli strumenti acustici al meglio e usando come denominatore comune l'elettronica con cui Friedman -
controllore attento e mai prevaricante - ottiene tappeti sonori leggeri e cangianti, limitando al minimo i propri
interventi di "disturbo" come glitch e noise. E su tutto questo la solita inarrivabile calda voce
di Sylvian in perenne sospensione tra corporeità e immaterialità ed irrimediabilmente destinata ad emozionare. Dal
punto di vista dei testi Snow borne sorrow prende le mosse dal già citato World citizen e si
differenzia dalla passata produzione di Sylvian: "Canzoni di conflitto, di dubbio, di chiarimento" le ha
definite il suo autore. Canzoni che parlano di pace, di corsa agli armamenti, di guerra e di religione che crea
conflitti ("Your gods don't look like god to me" * è un verso esemplare di The banality of
evil), argomenti "sociali" difficilmente toccati in precedenza.
In Snow borne sorrow sono contenuti nove brani e, sinceramente, faccio fatica a
trattenermi dal parlare di ognuno di essi, tanto sono interessanti presentando ciascuno caratteristiche degne di
essere ricordate: è doveroso almeno un accenno al mantra elettrico della title-track, al pop di The day the
earth stole heaven, alla dance stile Japan di Serotonin, alle atmosfere jazzy della corale e complessa
The banality of evil dove si incrociano i vibrafoni, il suono fosco del clarinetto e i due sax. Decisamente
sorprendente il brano di apertura: una cosa come Wonderful world non si era mai sentita in un disco di
Sylvian. L'inizio è tenebroso con il pressante contrabbasso di Keith Lowe - già accompagnatore del nostro nel
tour 2001 - che innesca subito uno swing morbido ed originale ben
coadiuvato da Steve Jansen che, messo da parte il suo stile solitamente composto da figurazioni circolari, spinge
la sua batteria in un territorio poco frequentato. Sylvian riempie la scena e dialoga con la voce di fanciulla di
Stina Nordenstam. Il brano è bello, cattura l'attenzione e predispone al meglio per l'ascolto dell'intero disco.
La successiva Darkest birds è una delle perle del disco: la canzone è un monito sull'uso delle armi che non
servono a costruire la pace e a dispetto della malinconia che pervade la canzone e dell'argomento non certo leggero,
il ritornello è quanto di più limpidamente pop l'ex-Japan poteva scrivere: impossibile non farsi coinvolgere e far
muovere il piede! Molto bello anche l'intervento, soprattutto nel bridge, della tromba di Arve Henriksen,
membro dei Supersilent: come sempre all'interno dei dischi di Sylvian la presenza della tromba è molto significativa
e anche questo non fa eccezione. Il trombettista norvegese senza far rimpiangere troppo i suoi predecessori
- Jon Hassell, Kenny Wheeler e Mark Isham, mica gente qualunque quindi! - dona a Snow borne sorrow una
sonorità sognante e misteriosa.
Altri brani da menzionare sono Atom and cell - assieme con l'ultimo uno dei brani più
sensuali del CD - condotta dal liquido pianoforte di Sakamoto, dalla percussione leggera di Jansen e dai
pegevolissimi interventi di Henriksen sui quali Sylvian e la Nordenstam intonano un lento e trattenuto gospel. La
successiva History of holes è forse la vetta del disco: la chitarra introduce un accompagnamento quasi
funky, ma ancora una volta sono i sax e il vibrafono di Gronvad a condurre con eleganza una brano che ricorda
cose del passato, anche di quello remoto dei Japan. Infine l'allarmante The librarian ("Keep you
head down / While they're firing low / You're too young child / To know the difference" **) che
con i suoi sottili droni elettronici e percussivi, con il dolente suono del clarinetto, la liquidità del vibrafono
e la cantilena della voce chiude un disco che trova Sylvian al meglio della sua ispirazione e che, fosse anche solo
per questo, è un disco da avere.
* "I vostri dei non assomigliano a dio per me"
** "Tieni bassa la testa / Perché stanno sparando ad altezza uomo / Sei troppo giovane / Per sapere la
differenza"
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