- AGOSTO 2005 - 

Jon Hassell: Maarifa street - magic realism 2

Label Bleu 2005


Jon Hassell: Maarifa street - magic realism 2

jonhassell.com
label.bleu.com

  1. Divine S.O.S.
  2. Maarifa street
  3. Warm shift
  4. Open secret (Paris)
  5. New gods
  6. Darbari bridge
  7. Open secret (Milano)

Jon Hassell: tromba, tastiere
Peter Freeman: basso elettrico, percussioni
Rick Cox: chitarra elettrica
John Beasley: tastiere
Dhafer Youssef: voce, oud
Paolo Fresu: tromba (7)
Abdou Mboup: Batteria (6)


   Lo aspettavo Jon Hassell. Così come lo aspettavano tutti coloro che ne hanno seguito la oramai quasi trentennale carriera, con impazienza visto che da un po' di tempo non si faceva sentire; certo ci sono le numerose e fruttuose collaborazioni, ma effettivamente è dal 1999 che gli scaffali dei negozi non esponevano un nuovo CD a suo nome.
   Per inquadrare questo Maarifa street è necessario accennare brevemente a quello che è stato il percorso musicale di Hassell, improntato ad una concezione estremamente personale e ad una assoluta originalità di esposizione e ricerca del suono, primo fra tutti quello della sua tromba dalla quale ha ottenuto una sonorità che può certo vantare degli imitatori, ma che è ben difficile far risalire ad un'influenza precisa, eccetto - forse in alcune cose - quella del Miles Davis dei primi anni '70 al quale Hassell stesso ha detto di ispirarsi.
   Nato a Memphis (Tennessee) nel 1937, Hassell è ben poco influenzato dalla musica che si respira in quella che è una delle patrie del blues, essendo più attratto dai suoni caraibici dell'orchestra di Stan Kenton. Dopo le lauree in composizione, tromba e musicologia e dopo aver frequentato nel 1965 a Colonia i corsi di Stockhausen e Berio, ritorna in patria e diventa uno degli animatori della scena d'avanguardia avvicinandosi ai maestri del nascente minimalismo - in particolare a Terry Riley e LaMonte Young - partecipando alle storiche registrazioni degli altrettanto storici loro lavori, rispettivamente In C e Dream house. Ma il minimalismo sta stretto ad Hassell che riceve la scossa decisiva per teorizzare la propria musica quando conosce Pandit Pran Naht e ne diviene allievo. Il maestro indiano, erede e custode dell'antichissima cultura vocale del proprio paese, lo introduce al mondo misterioso ed affascinante dei raga e, dopo una lunga serie di lezioni, riesce a fare in modo che Hassell inizi ad applicare tale tecnica al proprio strumento, producendo un flusso sonoro pressoché ininterrotto. Sicuramente l'esperienza con Pandit Pran Naht ha segnato profondamente il trombettista nel suo modo di concepire la musica e ha gettato le basi della sua ricerca futura, di quella "fourth world music" di cui è stato ed è ancora l'alfiere.
   Lontana da qualsiasi tipo di musica etnica o di falsamente ammiccante "world music", la "musica del quarto mondo" è il tentativo - a mio parere quasi pienamente riuscito - di cercare e praticare una convergenza tra la cultura e la tecnologia europee e nord-americane (primo mondo) e tra le culture e spontaneità dei paesi del cosiddetto "terzo mondo", sostanzialmente tra razionalismo ed istintività. Una delle "musiche possibili" - parafrasando un suo disco del 1980 - ottenuta giustapponendo i diversi elementi e facendoli non solo dialogare tra loro, ma integrandoli perfettamente così da re-inventarli come qualcosa di nuovo, primitivo e futurista. "La mia ambizione - dice lo stesso Hassell - era di creare qualcosa come la musica di una cultura che sarebbe potuta esistere - magari osservata da un punto di vista immaginario da qualcuno nel futuro che avrebbe scoperto una musica 'perduta'". Per fare questo Hassell affina la tecnica del suo strumento e, grazie anche a filtraggi elettronici, crea un suono ed un timbro assolutamente unici - quasi un suo marchio di fabbrica - una specie di soffio vitale dolente, cupo e persistente, a tratti afono, profondamente materico ma allo stesso tempo etereo che, come un canto sciamanico, avvolge e lega assieme i droni dei sintetizzatori, i rumori ciclici naturali o elettronici e la libertà espressiva delle percussioni - tabla, mbira, dumbek, berimbau - provenienti da varie parti del mondo, in parte suonate, almeno all'inizio, dal grande Nana Vasconcelos. Nascono in questo modo i primi dischi, tra cui i capolavori assoluti Vernal equinox e Dream theory in Malaya, che procedono su questo tema fino all'incontro con i Farafina, gruppo di percussionisti tribali del Burkina Faso, in Flash of the spirit.
   Poi qualcosa cambia: forse esaurita la vena "etnica", la ricerca di Hassell si rivolge al computer in una visione più razionale e pragmatica della realtà e, a mio parere, anche più spoglia di attrattive. Dopo una serie di lavori si arriva all'ultimo disco pubblicato, Fascinoma, personalissimo ed onirico omaggio al jazz che, oltre agli originali, contiene alcuni temi famosi (Nature boy, Estate di Bruno Martino e un paio di brani di Ellington) e nel quale ancora una volta collidono il bansuri, le percussioni etniche, la chitarra di Ry Cooder e il pianoforte di Jacky Terrasson.
   Anche se in Maarifa street si trova in gran parte tutta la storia musicale di Hassell, il disco rappresenta una sorta di passo indietro, a partire dal sottotitolo - Magic realism 2 - che richiama quel Aka-dabari-java: magic realism del 1983. Abbandonate molte delle apparecchiature elettroniche con le quali si era dilettato negli anni '90, Hassell ritorna alla sua "fourth world music" rendendola forse meno spettacolare, ma non per questo meno intensa. Dal punto di vista formale il disco è una sorta di collage di un brano in studio (New gods) e di tre performance dal vivo - Milano, Montreal e Parigi - in parte risuonate (eccetto che nella tromba) e ri-editate, unendo, con un processo di interiezione e cut and paste tanto caro al trombettista, la spontaneità e le imperfezioni della dimensione live con l'alta precisione dei dettagli dello studio di registrazione. L'unica traccia rimasta intatta è l'ipnotico bis finale Open secret registrato a Milano in cui c'è la partecipazione del nostro Paolo Fresu.
   I temi sono dilatati, generalmente mantengono un andamento lento e riflessivo, ma sanno anche essere ritmicamente pulsanti - come il già citato New gods o l'introduttivo Divine S.O.S. - e come al solito uniscono la componente etnica, la voce e l'oud di Dhafer Youssef e le sonorità delle percussioni, con gli impulsi futuristici della chitarra di Rick Cox e del basso di Peter Freeman sui quali si erge solenne ed altera la tromba del leader in una miscela quantomai affascinante che, forse non ai livelli fastosi del passato, riesce ad essere innovativa, originale e soprattutto mai banale o scontata.
   Un'ultima parola vale la pena spenderla sul titolo, visti anche i tempi cupi che stiamo attraversando: Hassell stesso nel booklet spiega di essersi ispirato ad "un ritaglio del New York Times del 17 aprile 2003 in cui si faceva menzione di una 'Maarifa Street' a Qualat Sukkar in Iraq. In arabo, 'maarifa' significa 'conoscenza / saggezza'. Così mi sono detto, che cosa può essere oggi più pertinente di ricordare che 'saggezza' e 'arabo' sono stati compagni di viaggio per molti secoli?"
   Una cosa è certa: la musica di Hassell sarà ben difficile che venga data in pasto ai cellulari per diventarne delle suonerie. E di questi tempi non è cosa da poco.

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Discografia:

1977 - Vernal equinox (Lovely)
1978 - Earthquake island (Tomato)
1980 - Possible musics - fourth world vol.1 (EG) + Brian Eno
1981 - Dream theory in Malaya - fourth world vol.2 (EG)
1983 - Aka-dabari-java: magic realism (Eg)
1986 - Power spot (ECM)
1987 - The surgeon of the nightsky restores dead things by the power of sound (Intuition)
1989 - Flash of the spirit (Intuition) + Farafina
1990 - City: works of fiction (Opal)
1993 - Voiceprint (All saints)
1994 - Dressing for pleasure (Warner Bros) + Bluescreen
1995 - Sulla strada (Materiali Sonori)
1997 - Bluescreen project (Earshot)
1999 - Fascinoma (Water Lily Acoustics)
2005 - Maarifa street - magic realism 2 (Label Bleu)


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