giovedì, ottobre 27, 2005
Cuochi ambulanti soffriggono musica (*)
In questi giorni, come approfondimento al disco del mese di jazzer, sto leggendo Arvo Pärt allo specchio, conversazioni, saggi e testimonianze a cura di Enzo Restagno. Un buon libro, non c'è dubbio, che consente un ricco approfondimento dell'opera del compositore estone. Una cosa però mi ha colpito, non tanto sull'argomento specifico, ma sulla natura della critica musicale. Scrive Restagno a pagina 83 del suo saggio: "Cercare di capire la musica, per poi eventualmente spiegarla agli altri, è diventato il mio mestiere, ma con il passare degli anni ho sempre più rispetto per la comprensione altrui".
Io non mi sono mai considerato un critico, ma casomai un appassionato, e non voglio con questo entrare nel merito se questo atteggiamento sia giusto o sbagliato, ma semplicemente ritengo - ammesso che io sia in grado di "capire" la musica - di non essere assolutamente in grado di "spiegare" la musica. Inoltre credo che - al di là di una spiegazione puramente tecnica - il termine "spiegare" non sia applicabile alla musica; meglio "interpretare", nel senso che ciascuno dà un significato proprio alla musica e la lega a particolari momenti ed atteggiamenti, così come essa viene percepita dal proprio orecchio, vissuta ed elaborata secondo le proprie sensazioni e confrontata con il proprio bagaglio culturale in modo che ogni brano musicale assume significati diversi - magari contrastanti - da persona a persona.
E' un po' quello che scrive Aaron Copland - frase che ho messo nella homepage del sito - nel suo Come ascoltare la musica: "La musica ha un potere espressivo più o meno grande, ma anche un significato al di là delle note, ed è proprio per questo significato che ci è comunicato o trasmesso quello che essa è. Il problema intero può essere posto con la domanda: 'Si può darle un significato?' Rispondo: 'Sì'. E: 'Si può tradurre in parole il significato?' Rispondo. 'No'. La difficoltà è qui".
Jazzer al massimo può suggerire, tentare di descrivere le proprie emozioni davanti ai suoni cercando di coinvolgere i propri lettori ed invogliarli a condividere le loro sensazioni. Le spiegazioni le lascio agli esperti o a coloro che si credono tali (senza alcun riferimento a Restagno!): io mi limito a solleticare.
(*) da Colleghi trascurati - Paolo Conte
credo che nella frase da te riportata, i termini "capire", "spiegare" e "comprensione" siano ben utilizzati.
Il mestiere di chi "fa" musica è quello di cercare, appunto, di "capirla", di coglierne il senso e di scoprirne il significato, come per il Poeta i sentimenti e per un pittore la bellezza... ognuno di noi, tuttavia, ha le capacità e le possibilità di fare altrettanto, tutti noi possiamo far nostra una melodia e dare un senso ai nostri sentimenti... quello che rende grande un musicista, un poeta o un artista è la loro capacità di trasmettere al prossimo quello che hanno colto, nel modo migliore possibile, con la loro "interpretazione" della realtà, in modo, quindi, del tutto personale.
Credo che quello che l'autore voleva dire con "rispetto dell comprensione altrui" sia, appunto, che ripetta il fatto che ognuno di noi abbia la sua stessa capacità di "capire" la musica, lui è solo più bravo di altri a trasmettere quanto capito...
Ma tutto questo, del resto, non è altro che una mia personale "interpretazione" del senso della frase e come tale non può essere una verità assoluta, rispetto anch'io la comprensione che qualcun'altro può avere di tale frase...
...chiudo qui, rischio di perdermi! :-D
Alejandro
Credo che nella musica non ci sia nulla da capire sul piano oggettivo, almeno a livello razionale. L'ascolto della musica è un qualcosa che viaggia, sempre e comunque, sul piano soggettivo che è ben difficilmente condivisibile a pieno dagli altri e che, credo, sia anche ben difficilmente spiegabile. Certo la musica ha la sua componente tecnica - che lasciamo a chi di tecnica s'intende - ma essa va oltre se stessa, è un modo per comunicare, per veicolare un messaggio, per far interagire le persone, oppure molto "semplicemente" per trasmettere un'emozione. L'ascoltatore poi potrà decidere se seguire quel messaggio ed entrare in sintonia con l'autore oppure scegliersi la propria interpretazione in base al momento, alla propria cultura e stato d'animo. Quante volte ho letto consigli e recensioni su un disco che qualcuno aveva "capito" essere un'opera fondamentale che alle mie orecchie si è rivelato una ciofeca tremenda... perché si può anche essere bravi a parlarne - e di critici bravi ce ne sono! - ma poi la prova sta sempre nelle orecchie degli ascoltatori ai quali assegno pari dignità. Relativista? Certo. Qualcuno potrebbe dirmi: "ma come pari dignità tra chi ascolta Ramazzotti e chi stravede per Mingus?" Sì, è una questione di cultura. Mica è colpa sua se il primo ha una cultura limitata e non va la di là di Ramazzotti e Mingus non l'hai mai neppure sentito nominare. Che poi se glielo fanno sentire magari gli piace pure... ma mi sto perdendo anch'io...
Proprio l'altro ieri stavo programmando con il Sound Track del Signore degli anelli "Il ritorno del Re" come sottofondo musicale... mi piace e mi da la carica. Abito con un bravo ragazzo che ha fatto 8 anni di conservatorio (Pianoforte)... passa e dice: "Che brutta questa muscia! Si sente che non sfruttano a pieno le potenzialità dell'orchestra...".
L'ho guardato...
Ci ho pensato...
Mi ha fatto pena...
L'ho mandato a fanc...o lo stesso!
Maddddddaaaai....
BTW: io le recensioni nemmeno le leggo, non mi interessa cosa pensa un "tecnico" di un disco... preferisco qualcuno di sincero che dice che un disco è bello semplicemente perchè gli piace... un po' come te! :-)
Rat-saluti
Ma mi faccia il piacere! Diceva Totò...
Grazie per la fiducia! :-)
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