Puntuale come da qualche anno a questa parte, ritorna Terramossa,
rassegna invernale di musica, arte, cultura e cucina promossa dal
Circolo 1554 nei Comuni dell'entroterra veneziano. E ritorna proponendo
subito uno dei giovani nomi più interessanti della scena jazz italiana,
ovvero Gianluca Petrella, approdato in terra veneziana con il suo nuovo
progetto "Bread and Tomato trio".
Che Petrella non sia più una promessa ma una positiva
conferma non è una novità e non sono certo io il primo a dire che il
trombonista pugliese è davvero bravo e capace di fare con le note
quello che più gli piace; la cosa meno scontata è come sia abile a far
assumere al suo strumento - non proprio adatto al caso - un ruolo da
leader e come riesca ad essere sempre e comunque originale in qualunque
situazione egli di trovi a suonare. E nel progetto "Bread and
Tomato trio" di originalità ce n'è parecchia anche se il trio
poggia le basi su due capisaldi piuttosto evidenti: il tipico suono dei
famosi Hammond-trio del passato (e presente) e la costruzione jazzistica
dei brani, anche quelli che per le loro caratteristiche sembrano meno
appartenere a questo ambito. Infatti se dal punto di vista timbrico è
proprio l'organo Hammond di Papadia, con il suo suono caldo ed
avvolgente, a dominare la scena, i brani - quasi tutti a firma del
leader - alternano esposizione dei temi e assoli come da tradizione, il
tutto su un costante e particolarmente travolgente groove.
Il concerto si apre con una serie di suoni alieni prodotti
con un vecchio sintetizzatore analogico, suoni che lasceranno presto lo
spazio al suono caldo ed avvolgente dell'Hammond e alla spinta
propulsiva funky che caratterizza fortemente il trio; la musica
si muove tra atmosfere cangianti, tra stacchi mozzafiato, le bordate
dell'Hammond e il pulsare costante della batteria che, rullante aperto e
cassa spinta, connota perfettamente lo stile. Petrella conduce il
suo trombone in territori non proprio usuali per lo strumento,
producendo acuti e sovracuti di solito associati alla tromba e cascate
di note che contribuiscono non poco a tenere alta la propulsione. E'
impressionante la naturalezza con la quale egli è in grado di passare
dai momenti più riflessivi e lirici al parossismo di certi passaggi
affrontati con una foga che mai rinuncia alla lucidità esecutiva.
I brani e le improvvisazioni scorrono senza soluzione di
continuità tra riff scoppiettanti e vamp improvvisi senza
che mai venga meno la tensione e la spinta ritmica se non in due -
scelti - momenti: una versione "avant", non troppo
riuscita a mio parere, di I loves you Porgy di Gershwin dove
Petrella lascia il trombone per il synth e una splendida Naima di
John Coltrane con un Petrella particolarmente lirico. Curiosa la scelta
del secondo bis, ovvero Redemption song di Marley, resa con tutta
la grazia che può dare uno strumento come il trombone, che chiude un
concerto coinvolgente e molto ben suonato da un trio interessante e
fantasioso.
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