Bobo Stenson nella storia del jazz europeo rappresenta quella che
solitamente si definisce una "figura chiave". Nato in Svezia
nel 1944, fin dagli ultimi anni '60 balza agli onori della scena
jazzistica prima per essere l'accompagnatore di tanti musicisti
statunitensi di passaggio nel vecchio continente, poi per le numerose e fruttuose
collaborazioni con un gran numero di connazionali. Ciò gli ha
consentito di fatto di contribuire alla definizione delle coordinate
del jazz scandinavo che, soprattutto in quel periodo, ha avuto una buona
parte nella più ampia formazione del jazz in Europa. Dal primo album a
proprio nome - Underwear, inciso per l'ECM nel 1971 - Stenson ha
iniziato una fruttuosa collaborazione con l'etichetta di Monaco che è
tuttora ininterrotta. Pur essendo molto presente in dischi di altri
- soprattutto di Charles Lloyd, Jan Garbarek, Tomasz Stanko - la
produzione a proprio nome è tutt'altro che cospicua potendo contare
sostanzialmente su cinque titoli, tra cui l'ultimo Goodbye con
Jormin e Motian, incisi tutti con il proprio trio che resta la sua
formazione d'elezione. Proprio in virtù di ciò, questo
concerto padovano di piano-solo assume un interesse del tutto
particolare.
Dal punto di vista stilistico Stenson si ispira abbastanza
chiaramente a Bill Evans pur riuscendo comunque a trovare
un'espressività del tutto personale, privilegiando in particolar modo
l'aspetto più intimistico della musica; il pianismo di Stenson è
improntato soprattutto sulla melodia che procede spesso in modo non
lineare ma con lampi di luce e zone d'ombra, con un estremo controllo
della dinamica che viene raramente enfatizzata. Il tocco è morbido e
brillante; il controllo della tastiera serve a smussare i contrasti
e a dare un'impronta di classicismo che bene si sposa con
l'austerità dell'Auditorium Pollini la cui buona acustica si è fatta
apprezzare per l'ascolto del suono naturale senza alcuna amplificazione.
Stenson inizia la sua performance in modo meditativo: la
mano sinistra si concentra su una serie ripetuta di accordi, spesso
ribattuti, mentre la destra ha la libertà di lavorare su scale, tanto
lentamente quanto crudelmente in attesa di una risoluzione che tarda ad
arrivare. Ma la trasformazione è sottilmente in atto e arriva sotto
forma di una canzone leggera, una "danza sospesa" molto
poetica ed evocativa, un motivo che richiama gli ambienti della nativa
Svezia. C'è in questo tutto il pianismo di Stenson: leggerezza - non
povertà - espositiva, forte attenzione alla timbrica,
accentuazione dell'analisi introspettiva che come conseguenza porta ad
una pressoché totale assenza di swing. Il secondo brano ha un andamento
rapsodico ed è piuttosto complesso nell'armonia: Stenson si concentra
in modo particolare sulla parte centrale della tastiera cercando di lavorare
per far risaltare soprattutto il ritmo, ma a mio parere questo è l'aspetto del
suo modo di suonare che meno convince. La carenza sta proprio nella scarsa spinta
ritmica che in questa occasione si fa maggiormente sentire per
la mancanza di dialogo con un altro strumento - batteria o contrabbasso
che sia - come succede invece nel trio.
Il concerto prosegue con una lunga e frammentata
improvvisazione di circa mezzora decisamente difficile da seguire e da
interpretare: Stenson procede per cellule ritmiche e melodiche che
vengono giustapposte - non senza qualche leziosità - l'una accanto
all'altra e sviluppate in modo che ognuna vada a collidere o a fondersi
con la successiva. La complessità è notevole perché all'ascoltatore
è praticamente richiesto di seguire uno stream of consciousness
che alla fine, dispiace dirlo, non lascia un ricordo particolarmente
vivo. Dopo questa lunga digressione il rischio era quello di non poter
uscire dalla quasi dolorosa immersione nella propria essenza di
musicista, invece Stenson proseguendo ha fatto trasparire un altro
aspetto di sé: nel quarto e penultimo brano ha privilegiato gli aspetti
più cameristico del suo stile, tanto da annullare qualsiasi confine tra
l'improvvisazione tipica del jazz e la pulizia espressiva più classica
- penso a nomi quali Schubert e Brahms - pur senza usarne le strutture
codificate. E lo ha fatto con gran classe e con una forte
caratterizzazione personale. L'ultimo brano è anche quello che a mio
parere rappresenta in modo migliore l'arte di Stenson. Si tratta di un
tema struggente e con una particolare atmosfera, ma la cosa che colpisce
è la sua duplice natura di liricità e immediatezza: da una parte
abbiamo la melodia, molto spirituale, che va dritta al cuore, dall'altra
una - finalmente puntuale - scansione ritmica che, sfruttando una serie
di pedali, riesce a "far battere il piede" così da legare
introspezione ed espressività. Dopo un bis anch'esso molto interessante
- potrei sbagliarmi ma credo si trattasse di Alfonsina - il
concerto si è concluso tra gli applausi, giustamente tributati ad un
musicista originale e coraggioso, magari non troppo visibile ma che vale
la pena di conoscere.
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