Tutto esaurito lunedì sera al Teatro Eden per l'apertura della stagione
jazzistica trevigiana, ed era logico aspettarselo considerando che il
concerto in cartellone era l'attesa performance del Dave Holland Quintet,
ovvero una delle formazioni più apprezzate del panorama jazzistico
contemporaneo capitanata da uno dei musicisti che - oramai iscritto di
diritto tra i grandi del jazz - da anni ottiene i primi posti delle varie classifiche
specialistiche.
Mi sono recato a questo concerto con nelle orecchie
il bellissimo Extended play - registrazione del 2004 dal vivo al
Birdland di New York - riascoltato nel pomeriggio per
"prepararmi" alla serata, sperando, anzi avendo la certezza,
che avrei ritrovato quella musica (ottima) e quell'atmosfera
(elettrizzante) che caratterizza quel disco. Le mie aspettative non sono
andate deluse perché il quintetto di Holland non si smentisce,
confermando ancora una volta il proprio valore. Poche le variazioni di
programma rispetto alle ultime prove discografiche: la più evidente è
l'avvicendamento alla batteria del pur validissimo Billy Kilson con il
giovane Nate Smith - divenuto ben presto l'eroe della serata - che non
fa rimpiangere lo stimato predecessore apportando al gruppo una dinamica
e costante spinta propulsiva e fornendo una ritmica impressionante per
consistenza e varietà che centrifuga assieme funky, jungle,
echi di marching-band fino a sapori be-bop. E sarà proprio questo l'elemento
dominante del concerto: il ritmo. Incalzante, ostinato, pulsante, che non dà tregua;
ritmo scomposto e ricomposto a piacere con costanti cambi,
sovrapposizioni di tempi, scansioni inusuali come siamo abituati ad
ascoltare dall'esperienza M-Base di Steve Coleman. Ma il ritmo non determina
- come è ovvio - solo i tempi, ma anche gli spazi espressivi e gli scambi dialettici tra
i musicisti. E non è solo Nate Smith a privilegiare questa componente, ma è l'intero quintetto
a lavorare in chiave ritmica: lo fa il pirotecnico Robin Eubanks pilotando
il suo trombone in sulfurei riff e in torrenziali assoli
scoppiettanti, lo fa Steve Nelson dispensando preziosi cluster tematici,
lo fa Potter che pure non rinuncia a lanciare il sax in libere
digressioni, lo fa Holland cavando dal suo contrabbasso pulsioni
profonde.
Ciò che stupisce è la pressoché totale mancanza di un
leader, lo stesso Holland guarda spesso sornione i compagni e sembra
quasi li lasci divertire; tutti i musicisti, infatti, contribuiscono in
misura paritaria all'esposizione e allo sviluppo dei brani, forse con la
sola eccezione di Steve Nelson la cui strumentazione e raffinatezza
espressiva e sonora - pur importante nell'economia del quintetto - a
volte gli fanno assumere un ruolo un po' più defilato per la
difficoltà di contrastare l'esuberanza dei compagni. Sarà proprio
Nelson, però, a regalare nel magma ribollente del concerto i momenti di
più pacato intimismo, facendosi ben notare in molti brani e soprattutto
in Jugglers parade (tratto da Prime directive) nella quale,
con una lunga solitaria introduzione alla marimba, detta le regole per lo
sviluppo del brano. Interessante anche la misteriosa e a tratti
latineggiante Secret garden - che si troverà nel CD di prossima
pubblicazione - nella quale ogni musicista esplora le zone più nascoste
dei rispettivi strumenti e dove prima Holland e poi Chris Potter si
producono in due pregevolissimi assoli.
Jazz muscoloso questo del Dave Holland Quintet, che
difficilmente lascia spazio all'introspezione ma che esprime a pieno il
potenziale energetico della formazione con scoppi improvvisi, lunghe
cavalcate, dialoghi serrati tra gli strumenti in varie combinazione,
brani che corrono sul filo sottile della collisione con l'astrazione
pura, ma che mantengono costantemente la loro leggibilità pur
evidenziando la ricerca di una sperimentazione cui Holland - che ha
alle spalle una lunga carriera in tale senso - sembra non aver cessato
di perseguire.
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