giovedì, marzo 24, 2005

Dignità di vita, dignità di morte

Il drammatico caso di Terri Schiavo ha portato alla ribalta, peraltro impropriamente considerate come stanno le cose, il dibattito sull'eutanasia. Non voglio entrare nel caso specifico, con tutta la sua storia giudiziaria, ma usarlo solo come spunto di riflessione.
Il presupposto di partenza è che non di eutanasia si tratta: la Schiavo, infatti, non ha lasciato alcuna indicazione in tale senso, ed è proprio questo il problema su cui si dibatte
: da una parte c'è il marito che afferma che Terri non avrebbe voluto vivere in queste condizioni e dall'altra ci sono i genitori che vorrebbero tenerla in vita comunque. Innanzitutto, prima ancora di schierarsi per l'una o l'altra parte, di fronte ad entrambe le posizioni è necessario fare un passo indietro e tenere un atteggiamento di rispetto, perché credo, o almeno voglio sperare, che entrambe le posizioni siano dettate dall'amore verso una persona che soffre. Ma il problema c'è ed è reale.
A mio parere il problema non è l'eutanasia in se stessa, ma fare in modo che ad essa non ci si arrivi neppure. Solo una quarantina d'anni fa persone come Terri sarebbero morte con buona pace dei salvatori a tutti i costi; per carità, ben vengano i progressi in medicina se servono a salvare la vita, ma mi chiedo se sia lecito spingere così avanti le tecniche mediche tanto da superare quella che è la dimensione di vita dell'uomo. Perché di questo si tratta, di una sorta di desiderio di onnipotenza, di inutile accanimento contro il nostro destino di mortalità. A cosa serve tenere in vita una persona nelle condizioni in cui si trova la Schiavo e chissà quante altre migliaia di persone nel mondo? E' definibile vita quella di essere, senza alcuna speranza di ripresa, condannati in un letto, con alimentazione o - in altri casi - con respirazione forzati, senza poter provare alcuna emozione, sentimento o sensazione perché il cervello è praticamente morto? E' definibile vita quella di un essere umano ridotto ad un vegetale, anzi peggio, perché senza macchine non potrebbe vivere? Io personalmente non lo credo. E mi pare sia più giusto e umano essere liberati da questa sorta di limbo e liberare da questa sorta di obbligo morale tutti coloro che ti debbono assistere. Mi chiedo se ci sia più egoismo nel prendersi le proprie responsabilità e decidere di porre un termine ad una sofferenza - ripeto: vita non mi pare il termine adatto - oppure lavarsene le mani e lasciare ferme le cose come stanno. Fino a quando? Fino che il cuore reggerà, e poi? Via attaccati ad un'altra macchina... No, non è umano: lo trovo grottesco, cinico e crudele. P
er questo troverei del tutto logico, anche nell'ottica di una pietà laica e non pelosa, lasciare libera Terri di andare incontro a quel grande mistero che è la morte.
Come dicevo prima, sono convinto che sia la persona che debba decidere per se stessa in questi casi drammatici e che lo strumento ideale sia il testamento biologico, così come proposto da molte associazioni e persone di cultura; da parte mia mi sto informando e a breve redarrò il mio, sperando che in Italia ci si ricordi di essere un paese civile e ci si decida finalmente a renderlo legale, così da evitare casi pietosi come quelli di Terri, e poter vivere - e morire - con maggiore serenità e consapevolezza. E dignità.

 


Comments:
Più una nota politica: ma non ti pare assolutamente ipocrita l'atteggiamento di Bush che convoca il parlamento di notte per fare una legge che salvi una persona ridotta in quelle condizioni, e acconsenta invece che lo stato uccida tutti quei condannati a morte?

Manuela
 
Un aggiornamento di giugno 2005.
Il risultati dell'autopsia confermano che Terri è già morta da un pezzo, ben prima che staccassero le macchine.
Sono convinto che, comunque, ci sarà sempre chi dirà che i risultati dell'autopsia sono stati falsati ad arte. Vabbè. Che riposi in pace.
http://www.repubblica.it/2005/f/sezioni/esteri/terri/terri/terri.html
 
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