Moserobie
2004
Alberto Pinton è un musicista sincero, diretto, solare e la sua musica ne
riflette benissimo il carattere; non c'è modo di equivocare, quello che
ascoltiamo è proprio lui stesso, il suo sentire, senza mediazioni. Questo
è uno dei motivi per cui mi piace la musica di Pinton e per cui questo
mese segnalo il suo ultimo lavoro, The visible.
Avevo già parlato di Alberto Pinton in una recensione
in occasione dell'uscita di Terraferma, suo secondo lavoro
solista, come avevo già detto della sua importante scelta di musicista
italiano che decide di andare a vivere prima negli Stati Uniti e poi
definitivamente in Svezia. Numerosissime e prestigiose sono le sue collaborazioni con musicisti
ed istituzioni, così come i riconoscimenti ottenuti, sia negli States
che in Svezia: tra i suoi progetti più recenti troviamo i lavori con il
Radio Jazz Group, Kenny Wheeler, George Russell, Jerry Bergonzi, Adam
Nussbaum, Dick Oatts, Jim McNeely. A suo nome sono usciti nel 2001 Common
intent, nel 2003 il già citato Terraferma - entrambi con il
proprio quartetto Clear Now - e ancora nel 2003 Dog out che ha come
co-leader il giovane saxofonista svedese Fredrik Nordström. Messa
momentaneamente a parte l'ottima formazione "italiana", Pinton coinvolge quattro giovani
musicisti svedesi in questo nuovo progetto - The visible - nel quale, una volta ancora, riversa
la sua personale poetica e si rivela voce indipendente e coerente.
Pinton suona il jazz e questo è indiscutibile,
ma più complicato invece è stabilire - sempre che la cosa abbia
importanza - quale sia il suo genere di jazz, sia perché oramai con la
frammentazione degli stili non ne esiste più uno che possa definirsi
"puro", sia perché effettivamente il saxofonista veneziano ha
sviluppato una propria dimensione espressiva dove la matrice primaria è
l'improvvisazione, ma dove è altrettanto importante la costruzione di
strutture armoniche e il loro superamento seguendo l'ispirazione del
momento. Spontaneità ed immediatezza, quindi, come componenti fondanti
della narrazione musicale, che con coerenza vengono catturati ed incisi
con una registrazione diretta su due tracce che restituisce l'integrità
e la freschezza dell'espressione dei singoli e dell'interplay di un
ottimo quintetto.
La materia musicale è densa, corposa, quasi priva di
momenti di stasi, satura com'è di echi e richiami; la forma - non sembri
un controsenso se mi riferisco ad essa, perché nei brani di Pinton una
forma più o meno esplicita è riconoscibile - è sostanzialmente libera, a
volte incline ad esplorazioni nell'informale, ma anche intrisa di un
lirismo che raramente troviamo associato a questo modo di fare musica,
che - pur nel mio diffidare delle etichette - mi azzardo a
definire post-free, nel senso che il singolo musicista suona
contemporaneamente per sé e per gli altri in completa autonomia ma
incanala questa libertà nel rispetto di strutture compiute.
Il musicista veneziano suona in modo autorevole, sicuro e convincente sia nell'esposizione
dei temi, sia negli spazi solistici in cui ricerca la profondità della
creazione dei suoni. Più scoppiettante ed incisivo al sax baritono
- da ascoltare in Hammerhead - è più rilassato e
discorsivo ai clarinetti e si distingue anche per la buona vena
compositiva; interessante in questo Mirror for
contra-alto clarinet in cui dialoga in solitudine con Fält. I quattro giovani
musicisti svedesi supportano perfettamente il leader nel loro lavoro che,
lungi da essere accompagnamento, innerva e irrobustisce il fluire della
musica con interventi di ottima compattezza e pertinenza. Decisamente
fuori dagli schemi Äleklint che utilizza il suo trombone come fosse una tromba cercando di
ottenere note più slegate possibile, quasi forzando la natura dello
strumento come in Traveller; Zetterberg
suona molto sul tempo, spetta a lui, più che alla batteria, la
scansione ritmica ma ha ottime intuizioni solistiche - come in Days
- nelle quali lascia libero il suo contrabbasso di vibrare. Jon Fält è
un batterista superlativo che, imparata la lezione di Han Bennink,
usa il suo strumento in modo davvero poco ortodosso, rinunciando quasi
alla funzione di tenere il ritmo per colorare i brani in maniera molto
intelligente e assolutamente personale. Interessante
l'inserimento del vibrafono e della marimba che solitamente troviamo in
gruppi più "tradizionali": Ståhl, oltre agli ottimi momenti
solisti, ha un ruolo importante nell'economia del quintetto, perché con
il suono dolce dei propri strumenti stempera le asperità dei due fiati
e integra il contrabbasso nella conduzione ritmica.
The visible è un disco ottimamente
suonato, molto compatto per atmosfere ed esecuzione; i brani che a mio
giudizio ne rappresentano meglio le caratteristiche sono: l'introduttiva
Hammerhead dal ritmo sostenuto e scandita da momenti di tensione
e di quiete, che è un'ottima visione del lavoro d'insieme, la
successiva Interference dove si apprezza il lavoro di Pinton su
una melodia sinuosa che acquista una forza propulsiva formidabile. Altro
grande lavoro d'insieme è Days dove domina la costante
pulsazione del contrabbasso, per una volta doppiata dalla batteria, su
cui dialogano il sax baritono e un deragliante trombone finché, dopo un
pregevole assolo di Zetterberg, entra il vibrafono a ritagliare un'isola
di quiete. Ståhl è ancora protagonista in Voices, dove crea uno
splendido groove su cui possono lavorare con swing i due fiati e un
inventivo Fält, e in For them - sicuramente il brano più lirico del CD - dove su una lunga
linea della marimba il trombone e il clarinetto soprano possono, quasi
sottovoce, distendere una coinvolgente melodia.
Dischi come questo fanno bene allo spirito; musicista
intelligente e di assoluta qualità, Pinton si merita maggiore
visibilità anche in Italia, sempre restia a riconoscere il valore dei
propri talenti; spero che questo The visible serva allo scopo
perché davvero vale la pena non lasciarselo sfuggire.
Una menzione meritano anche i dipinti della bella copertina, opera di Oreste Sabadin. Questo è il suo sito.
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