Caligola records
2004
Certo sorprende che un disco come questo - registrato nel 2002 in uno
dei luoghi simbolo del jazz, ovvero lo studio Sorcerer di New York - sia
rimasto in qualche cassetto e venga alla luce solo a distanza di un anno
e mezzo. Stupisce ancor di più questo ritardo se si dà una scorsa alla
caratura dei nomi che Marco Tamburini è stato capace di riunire
assieme: Gary Bartz, Paul Jeffrey, George Cables, Ray Drummond e Billy
Hart sono tutti dei musicisti di alto livello che costituiscono il
valore aggiunto di questa registrazione e che sicuramente hanno dato un
valido contribuito alla piena riuscita del progetto
"americano" del trombettista cesenate.
Ed è proprio un bell'oggetto da maneggiare questo
Two days in New York a partire dalla confezione curata
e sobria: molto accattivante l'immagine in primo piano della campana
della tromba del leader, raffinato l'interno tutto bianco e molto
divertente ed interessante la presentazione scritta da un altro grande
trombettista italiano, ovvero Paolo Fresu. La cosa piacevole è che
questa immagine esteriore allo stesso tempo di parchezza ed eleganza si
riflette, o forse più precisamente è una conseguenza, di ciò che si
sente suonare all'interno del CD. Tamburini ha questa prerogativa:
riesce a rendere "facile" all'ascolto anche ciò che facile
non è, e non lo fa semplificando le cose bensì suonando con
naturalezza, lasciando che sia la musica a guidare il gesto e non il
contrario.
La naturalezza, quindi, si pone a fondamento dell'ottimo
lavoro di Tamburini assieme ad altri importanti elementi - che
scopriremo via via nei vari brani - che rendono la sua musica, ed in
particolare questo disco, molto personale. Il trombettista ha provveduto
ad arrangiare, e in alcuni casi anche a comporre, tutti i brani e lo ha
fatto con un gusto raffinato che privilegia la melodia e la
valorizzazione dell'insieme strumentale, ed è evidente - quasi fosse
una necessità fisica - il suo ricercare nella tradizione del jazz per
creare qualcosa di nuovo che non contrasti con essa, ma che invece la
adatti al nostro presente.
Il disco si apre con tre brani composti dal leader Last
minute, la title track e Francy. Il primo, in
quartetto senza i sax, di piglio quasi funkeggiante sembra ricordare il
Lee Morgan del periodo Sidewinder; molto bello l'assolo di
Cables che brilla per i giochi armonici, e anche quello di Tamburini che
qui usa la sordina. Two days in New York, dal lento
andamento a spirale è giocato sulla frase esposta dalla tromba ed è la
dimostrazione della fondamentale importanza di avere un ottimo
accompagnamento: l'accoppiata ritmica Drummond e Hart, completata dal
denso pianismo di Cables, è semplicemente perfetta non solo nel dettare
i tempi, ma nell'arricchire i brani con fantasia e fornire una
solidissima base per le aperture improvvisative. Brillano nella
vagamente latineggiante Francy la melodia scorrevole guidata
dallo swing di Cables, ma soprattutto i due assoli - il primo di Gary
Bartz il secondo dello stesso Tamburini - davvero di rara bellezza.
Night over, scritta da Marcello Tonolo, si
contraddistingue per lo stretto dialogo tra il sax di Bartz e la tromba
e per un pensoso assolo di Drummond; seguono una dolcissima We'll
be together again e la nervosa Skyline per scrivere la
quale Tamburini sembra si sia ispirato proprio allo skyline della
città di New York. Yesterday night è un altro brano di
Tamburini suonato in quartetto in cui si apprezzano le doti di
cantabilità della tromba del leader, anche qui con sordina harmon, che
Paolo Fresu definisce "quasi uno standard". Segue una
coinvolgente Una mas, omaggio ad uno dei più grandi
trombettisti della storia del jazz, ovvero Kenny Dorham; è bello il
susseguirsi degli assoli, nell'ordine Bartz, Tamburini, Paul
Jeffrey e a chiudere Cables quasi fosse una jam-session. Il CD si
conclude con un omaggio all'Italia cioè una personale versione di
Vecchio frack di Modugno dove George Cables lascia il posto
a Marcello Tonolo, che ha seguito l'amico in questa avventura americana.
Si può senza dubbio dire che questo Two days in New
York sia finora il disco più maturo e compiuto di Marco
Tamburini, dove egli ha espresso al meglio tutta la sua capacità di
interprete e di compositore, estremamente rispettoso del linguaggio del
jazz e costantemente ispirato dai grandi musicisti del passato, ma
ugualmente capace di sviluppare una sua strada personale ed originale.
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