Nicolosi productions
2004
Jazz beautiful ballads: il titolo del CD che ho scelto
questo mese non poteva essere più esplicito rispetto a quanto vi è contenuto cioè una decina di -
appunto - "belle ballate jazz". E se a questo si aggiunge che
anche la formula strumentale è una delle più tradizionali, ovvero il
trio pianoforte, contrabbasso e batteria, e che l'approccio alla
materia sonora è improntato ad un raffinato manierismo, necessariamente
dobbiamo constatare che ci troviamo di fronte ad un album dove è
l'elemento classico ad avere il predominio. E' indubbio, quindi, che
Gottlieb, o chi per lui, con questo titolo ha voluto dare del disco
qualcosa di più di una semplice descrizione, palesando una
dichiarazione d'intenti, una affermazione estetica sul modo di
proporre questo "tipo" di musica assegnandole una precisa
connotazione stilistica ed emozionale.
Appare evidente che quella di Gottlieb e del suo trio è una scelta non solo estetica, ma di
sostanza: storcano pure il naso i "modernisti a tutti i costi" e si
rassegnino coloro che pensano che il jazz debba essere solo avanguardia,
con questo disco l'intento di Gottlieb è rivisitare la tradizione
senza esulare da essa, tanto che probabilmente qualcuno si chiederà che
senso ha per un musicista - e per un recensore - proporre ancora
della musica che abbia queste prerogative. Non è una novità il fatto
che da più parti si sente dire che il jazz ha esaurito la sua spinta
propositiva e che oramai è incapace di nuova energia creativa; a
prescindere dal fatto che ciascuno ha la sua personale idea di "jazz" includendo o meno in esso
varie contaminazioni e determinati fenomeni musicali, e che quindi è pressoché impossibile darne una
definizione unitaria, io credo che esso abbia assunto, e assuma tuttora
nuova linfa non solo dalle novità introdotte, ma anche
dall'intelligente e non scontato ripiegare sulla tradizione.
L'operazione di
riproporre degli standard non è semplice: si corre il rischio di
stancare e di incorrere in imbarazzanti confronti con i musicisti del
passato. Chi vi riesce bene - come Gottlieb che li suona usando la
propria visione moderna - dimostra una cosa molto importante: la
tradizione jazzistica ha sufficiente versatilità per risultare attuale
e per inserirsi nella contemporaneità senza subire snaturamenti di
sorta, cosa che in effetti non succede per tanta parte della "classica" e anche del rock.
Questo Jazz beautiful ballads è il primo disco a nome del trio -
che pure ha lavorato assieme per più di 15 anni - e mi pare si
possa dire che dia di Gottlieb un'immagine diversa: egli infatti è
soprattutto noto al pubblico della fusion per essere stato fino
al 1983 membro della prima formazione del Pat Metheny Group, poi con
Mark Egan (altro ex-PMG) negli Elements. Può vantare collaborazioni
importanti sia in ambito jazz come con l'orchestra di Gil Evans, con
la Mahavisnu di John McLaughlin, con Ahmad Jamal, ma anche in ambito
rock. I due comprimari, invece, vengono da esperienze meno eclettiche:
Mark Soskin ha collaborato lungamente con musicisti del calibro di Sonny
Rollins, Joe Henderson e Billy Cobham e riconosce in Cedar Walton la sua
più importante influenza, mentre Charles Jackson ha lavorato con Billy
Taylor, Elvin Jones e Stan Getz. Forse sono proprio loro due che
conducono Gottlieb - che è anche produttore del disco -
in un terreno più tradizionale, in quanto il suo riproporre
delle ballad si può considerare una sorta di ritorno alle origini, una
riscoperta del passato, forse solo apparentemente accantonato ma mai
abbandonato del tutto.
Il trio lavora con uno swing raffinato e spesso basato su tempi lenti
adatti alle ballad, ma è altrettanto capace di sorprendere con improvvise accelerazioni; è
così possibile apprezzare il delicato drumming di Gottlieb, preciso,
mai invadente e giocato soprattutto sull'uso dei piatti e delle spazzole, che appare
perfettamente complementare al suono del contrabbasso di Jackson,
davvero interessante per intensità espressiva e coinvolgimento emotivo
(da ascoltare il solo introduttivo di Hymn for her). A completare
il tutto la bellezza del pianoforte di Soskin, concentrato nel suo
lavoro di ispiratore melodico, ma anche libero di percorrere spazi
improvvisativi personali.
Un disco decisamente
bello, introspettivo e poetico che è un ottimo esempio di come si possa
fare del jazz - del buon jazz - senza caricarlo di intellettualismi
inutili, o più spesso dannosi perché causano proprio
l'allontanamento da quello che dovrebbe invece essere patrimonio
culturale di ciascuno.
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