- MAGGIO 2004 - 

Danny Gottlieb Trio: Jazz beautiful ballads

Nicolosi productions 2004


Danny Gottlieb Trio: Jazz beautiful ballads

nicolosiproductions.com

  1. Old folks
  2. Skylark
  3. My one and only love
  4. Soiree
  5. Angel eyes
  6. Hymn for her
  7. Lament
  8. Pistachio
  9. But beautiful
  10. Polks dot and moonbeams

Danny Gottlieb: batteria
Mark Soskin: pianoforte
Charles "Chip" Jackson: contrabbasso


   Jazz beautiful ballads: il titolo del CD che ho scelto questo mese non poteva essere più esplicito rispetto a quanto vi è contenuto cioè una decina di - appunto - "belle ballate jazz". E se a questo si aggiunge che anche la formula strumentale è una delle più tradizionali, ovvero il trio pianoforte, contrabbasso e batteria, e che l'approccio alla materia sonora è improntato ad un raffinato manierismo, necessariamente dobbiamo constatare che ci troviamo di fronte ad un album dove è l'elemento classico ad avere il predominio. E' indubbio, quindi, che Gottlieb, o chi per lui, con questo titolo ha voluto dare del disco qualcosa di più di una semplice descrizione, palesando una dichiarazione d'intenti, una affermazione estetica sul modo di proporre questo "tipo" di musica assegnandole una precisa connotazione stilistica ed emozionale.
   Appare evidente che quella di Gottlieb e del suo trio è una scelta non solo estetica, ma di sostanza: storcano pure il naso i "modernisti a tutti i costi" e si rassegnino coloro che pensano che il jazz debba essere solo avanguardia, con questo disco l'intento di Gottlieb è rivisitare la tradizione senza esulare da essa, tanto che probabilmente qualcuno si chiederà che senso ha per un musicista - e per un recensore - proporre ancora della musica che abbia queste prerogative. Non è una novità il fatto che da più parti si sente dire che il jazz ha esaurito la sua spinta propositiva e che oramai è incapace di nuova energia creativa; a prescindere dal fatto che ciascuno ha la sua personale idea di "jazz" includendo o meno in esso varie contaminazioni e determinati fenomeni musicali, e che quindi è pressoché impossibile darne una definizione unitaria, io credo che esso abbia assunto, e assuma tuttora nuova linfa non solo dalle novità introdotte, ma anche dall'intelligente e non scontato ripiegare sulla tradizione.
   L'operazione di riproporre degli standard non è semplice: si corre il rischio di stancare e di incorrere in imbarazzanti confronti con i musicisti del passato. Chi vi riesce bene - come Gottlieb che li suona usando la propria visione moderna - dimostra una cosa molto importante: la tradizione jazzistica ha sufficiente versatilità per risultare attuale e per inserirsi nella contemporaneità senza subire snaturamenti di sorta, cosa che in effetti non succede per tanta parte della "classica" e anche del rock.
   Questo Jazz beautiful ballads è il primo disco a nome del trio - che pure ha lavorato assieme per più di 15 anni - e mi pare si possa dire che dia di Gottlieb un'immagine diversa: egli infatti è soprattutto noto al pubblico della fusion per essere stato fino al 1983 membro della prima formazione del Pat Metheny Group, poi con Mark Egan (altro ex-PMG) negli Elements. Può vantare collaborazioni importanti sia in ambito jazz come con l'orchestra di Gil Evans, con la Mahavisnu di John McLaughlin, con Ahmad Jamal, ma anche in ambito rock. I due comprimari, invece, vengono da esperienze meno eclettiche: Mark Soskin ha collaborato lungamente con musicisti del calibro di Sonny Rollins, Joe Henderson e Billy Cobham e riconosce in Cedar Walton la sua più importante influenza, mentre Charles Jackson ha lavorato con Billy Taylor, Elvin Jones e Stan Getz. Forse sono proprio loro due che conducono Gottlieb - che è anche produttore del disco - in un terreno più tradizionale, in quanto il suo riproporre delle ballad si può considerare una sorta di ritorno alle origini, una riscoperta del passato, forse solo apparentemente accantonato ma mai abbandonato del tutto.
   Il trio lavora con uno swing raffinato e spesso basato su tempi lenti adatti alle ballad, ma è altrettanto capace di sorprendere con improvvise accelerazioni; è così possibile apprezzare il delicato drumming di Gottlieb, preciso, mai invadente e giocato soprattutto sull'uso dei piatti e delle spazzole, che appare perfettamente complementare al suono del contrabbasso di Jackson, davvero interessante per intensità espressiva e coinvolgimento emotivo (da ascoltare il solo introduttivo di Hymn for her). A completare il tutto la bellezza del pianoforte di Soskin, concentrato nel suo lavoro di ispiratore melodico, ma anche libero di percorrere spazi improvvisativi personali.
   Un disco decisamente bello, introspettivo e poetico che è un ottimo esempio di come si possa fare del jazz - del buon jazz - senza caricarlo di intellettualismi inutili, o più spesso dannosi perché causano proprio l'allontanamento da quello che dovrebbe invece essere patrimonio culturale di ciascuno.


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