Chandos
1984
Il disco che vi presento questo mese non è certo l'ultima
novità essendo infatti uscito nel 1984, ma fin da quando qualche anno
fa l'ho ascoltato per la prima volta, mi ha piacevolmente
impressionato facendosi apprezzare per essere una di quelle opere che
- "minori" forse solo per diffusione - si rivelano essere una sorta di perla nascosta nella
ampia produzione di un musicista.
Sergei Rachmaninov (1873-1943) nato in Russia e poi naturalizzato statunitense,
si è fatto conoscere in patria e all'estero come ottimo pianista prima che come
compositore; lontano dalle tendenze del "gruppo dei cinque" (Balakirev,
Cui, Mussorgsky, Rimsky-Korsakov e Borodin) che puntava alla creazione
di una musica a carattere nazionale russo che rivolgendosi alla tradizione si
liberasse dalle forme e istanze accademiche, Rachmaninov ha usato
maggiormente un linguaggio cosmopolita e un stile eclettico
caratterizzato da elementi classici piuttosto che popolari russi che
comunque si riconoscono in parte nel pacato lirismo. Questo modo di
sentire ed intendere la musica, la sua spiccata vena melodica e la sua
densa espressività ne fanno uno degli ultimi romantici; proprio per
questo e considerata la sua abilità di pianista Rachmaninov è
conosciuto al grande pubblico soprattutto per le sue opere più
eseguite, ovvero i quattro concerti per pianoforte, la Rapsodia su
tema di Paganini, i preludi per piano solo. La sua musica da camera
è sicuramente meno conosciuta e diffusa, ma in essa si rispecchia
comunque l'arte del compositore russo forse in modo più terso che
nelle opere più famose dove è fin troppo evidente il virtuosismo -
soprattutto pianistico - in alcuni casi fin troppo enfatico ed
esteriorizzato.
Questi due trii si
possono considerare come una sorta di miniature rivelatrici dell'arte
più pura di Rachmaninov che, libero da intenti dimostrativi e da
necessità espressive, vi infonde il proprio ricco estro melodico e
tutto il suo fervore lirico perfettamente adatti a descrivere il
carattere "elegiaco" dei due trii. Il primo, composto nel 1892 e
pubblicato solo dopo la morte del compositore, si svolge in un unico
movimento in cui è costante la contrapposizione tra i due archi - che
solitamente espongono i temi e le variazioni - e il pianoforte che
sembra quasi improvvisare in stile jazzistico creando scale e momenti di
rara suggestione. Molto interessante l'inizio del trio con il
pianoforte che per l'unica volta suona la melodia, poi ripresa subito
dal violino, mentre i due archi con rapidi tocchi sembrano quasi
ricercare l'accordatura. Il tono è effettivamente "lento
lugubre" come riporta l'indicazione di tempo, ma la cantabilità
dell'esposizione e propriamente della materia musicale, più che
indurre alla tristezza fa pensare al ricordo di una persona nobile e
fiera.
Il secondo trio, in
tre movimenti, fu scritto nel 1893 a seguito della profonda commozione
provata da Rachmaninov alla morte dell'amico Tchaikovsky; questo stato
emotivo è facilmente avvertibile nel primo movimento che contiene,
soprattutto nella prima parte, veri momenti di tragicità. Il secondo
movimento, modificato successivamente dall'autore, presenta una serie
di otto variazioni sul tema della sua opera La roccia e mantiene
lo stesso clima mesto e riflessivo, così come il terzo breve tempo che
riprende il tema del primo e riassume le intenzioni dell'autore di
creare della musica molto intensa e partecipata.
Vale la pena di
menzionare anche il Trio Borodin, che è considerato uno dei trii più
importanti della seconda parte del '900; la loro esecuzione è davvero
magistrale ed autorevole, con un ottimo bilanciamento tra gli strumenti
e perfettamente calata nel carattere allo stesso tempo nostalgico e
energico.
|