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Si rassegnino coloro che a sentire certi nomi storcono il naso, o coloro i
quali ce l'hanno storto "a prescindere". Si rassegnino pure
coloro che fanno il gioco degli accostamenti, per i quali un musicista
deve essere comunque messo a confronto - per perderlo, ovvio! - con i
soliti, inarrivabili maestri. Così in questa recensione non si parlerà
di Bill Evans, né di Keith Jarrett, né di Oscar Peterson o di tutti gli
altri grandi pianisti che hanno fatto la storia del jazz, perché, se sarà
pur vero che Brad Mehldau all'inizio ha tratto ispirazione da questi
grandi interpreti, è altrettanto vero che oramai a quasi dieci anni dal
debutto egli ha raggiunto una maturità tale che non sono più necessari
confronti per descrivere e cercare di capire la sua arte.
Quasi dieci anni - dicevo - dal primo lavoro a proprio nome,
quel Introducing Brad Mehldau del 1995 che l'ha fatto conoscere al
mondo; da allora si sono susseguiti sei dischi con il proprio trio -
assieme a Larry Grenadier e Jorge Rossy - uno (Places) con brani in
solo e in trio, un altro (Largo) con un ensemble più ampio, e il
personalissimo piano-solo Elegiac cycle. Considerando questi lavori
e le numerose collaborazioni che hanno visto Mehldau affiancare jazzisti
d'esperienza quali Lee Konitz e Charles Lloyd o giovani come Joshua Redman,
Kurt Rosenwinkel, Mark Tuner è evidente il processo di maturazione
intrapreso e il progressivo affinamento di tecnica e capacità espressiva.
Così partendo dai suoi studi classici e dopo aver perfezionato i metodi
jazzistici ed improvvisativi con maestri quali Fred Hersch, Junior Mance e
Kenny Werner, Mehldau, sfruttando la sua grande abilità tecnica e il suo
carattere introverso, è arrivato ad uno stile molto personale costruito
soprattutto sulla resa lirica dei brani e sulla fondamentale disposizione
romantica con cui affronta le loro esecuzioni. Tutto questo gli ha
riservato un'attenzione e un rispetto particolari sia da parte del
pubblico - soprattutto europeo - sia da parte della critica, che nulla ha
avuto da obiettare sul fatto che abbia intitolato senza alcuna
presuntuosità cinque dei suoi album in trio "The art of the trio".
Tutto il mondo di Mehldau è presente in questo suo ultimo Live
in Tokyo che cattura un concerto tenuto il 15 febbraio 2003 alla
Sumida Triphony Hall nella capitale nipponica e che si può considerare
una sorta di summa dell'arte del pianista di Jacksonville
(Florida). Sarà l'austero pubblico giapponese che sappiamo essere non
solo molto amante del jazz ma anche piuttosto esperto in materia, sarà la
dimensione del piano-solo dove il musicista si trova, appunto, da solo a
confrontarsi con sé stesso e con la musica, in questo disco Mehldau ha
espresso al massimo le sue potenzialità. Mi pare come di vederlo:
seggiolino basso, testa infossata nelle spalle, quasi raggomitolato sul
pianoforte così da rappresentare una sorta di icona del tormentato
musicista romantico, che lascia fluire attraverso sé stesso la musica.
Il brano di apertura, Things behind the sun, fa capire
subito lo "stato dell'arte" del pianista e quelle che saranno le
peculiarità del concerto: intensità espressiva, pathos, un sostanziale
equilibrio tra libertà interpretativa e resa melodica. Il brano, composto
dallo sfortunato Nick Drake, si sviluppa da un reiterato giro della mano
sinistra su cui si distende la melodia presto doppiata e variata da
Mehldau ma senza mai allontanarsi troppo dal tema. Il pianista non è
nuovo nel rendere in jazz melodie di provenienza pop-rock; nei suoi dischi
precedenti aveva già usato canzoni dei Beatles (Blackbird, Dear
Prudence), di Paul Simon (Still crazy after all these years)
dei Radiohead (la splendida Exit music che nelle sue mani diventa
quasi un notturno di Chopin) e dello stesso Nick Drake. L'operazione non
è certo originale dato che sono in molti a compierla, ma la cosa
interessante in quanto fa Mehldau è che questa sua opera di
"revisione" non è una forzatura; Mehldau non vuole far
diventare jazz quello che di fatto jazz non è, non spezza gli equilibri
interni dei brani, ma li restituisce così come sono senza trasformarli in
"altro", senza stravolgerli e sforzandosi di mantenere intatte
le loro prerogative.
Il brano che segue, l'unico composto dal pianista, non è
altro che una delle sue famose introduzioni, Intro appunto; una
riflessione in musica funzionale al successivo Someone to watch over me
che a mio giudizio è il centro emozionale di questo disco. Mehldau dà
del brano di Gershwin una lettura molto lineare, utilizzando soprattutto
la mano destra per esporne la melodia mentre con l'altra ne fornisce quasi
un contrappunto. La sensazione è di intensa pace, di scoperta, di cose
piacevoli che devono arrivare; bellissimo il finale con un pedale
travolgente della mano sinistra. From this moment on di Cole Porter
è trattato in modo quasi rapsodico; il ritmo è dilatato e Mehldau
sfrutta a pieno l'indipendenza delle mani quasi a sviluppare due melodie
parallele, ma mantenendo sempre lucido il riferimento di base.
Con Monk's dream ci addentriamo in uno campo minato
per i pianisti, ovvero i ruvidi temi del compositore del North Carolina,
che Mehldau risolve con maestria ed umiltà, facendo propria la musica
senza voler imitare Monk, caricando la sua interpretazione di blues e
soprattutto dando sfoggio della sua tecnica strepitosa. Da
un classico del jazz si passa ad un brano decisamente più moderno come Paranoid
android dei Radiohead che diventa una lunga suite di quasi venti
minuti; quasi ipnotica nelle ripetizioni, la costruzione edificata su un
potente crescendo percussivo ottenuto per sovrapposizione di temi, viene
stemperata nel cantabile della struggente melodia. Chiudono il disco un
altro brano di Gershwin, How long has this been going on?, in cui
il pianista riversa tutto il suo romanticismo e River man, ancora
di Nick Drake, oramai pezzo stabile nei concerti che con la sua melodia
tormentata bene si addice al sentire di Mehldau. Interessante il finale
nel quale, dopo un insistere di note, il brano è chiuso da un paio di
accordi che hanno il potere di aumentare la tensione invece che
diminuirla.
Si rassegnino quindi gli scettici: qui siamo di fronte ad
arte vera, onesta e profonda. Ancora una volta e forse più che in altri
dischi, Mehldau si rivela essere un ottimo musicista capace di far suonare
anche il silenzio tra le note, un interprete attento, colto e sincero. E
per niente banale.
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