Les disques du crèpuscule
2004
Wim Mertens è un musicista che da
molto tempo accompagna il mio cammino musicale, fin da quel lontano 1983
quando - assolutamente per caso - trovai in qualche negozio il vinile
del suo Struggle for pleasure. Da allora è una presenza
discreta ma estremamente rilevante e questo suo ultimo disco mi dà
finalmente modo di parlarne.
Nato in Belgio nel 1953, Mertens si può certamente
annoverare tra i musicisti d'avanguardia formatisi nel campo del
minimalismo, ma che - quasi emancipandosi da essi pur senza ripudiare le
istanze fondanti del movimento - ha spinto la propria ricerca fino a
creare un suo linguaggio musicale, assolutamente personale ed
inimitabile, fatto di chiaroscuri, di intimismo e solarità,
miracolosamente in equilibrio tra sperimentazione e romanticismo, tra
costruzione geometrica dei brani e pura creazione di emozioni. Se
si considerano i presupposti da cui Mertens è partito potrebbe apparire
peculiare che egli abbia posto al centro della propria musica la
melodia, come conferma in un'intervista *
"Il mio scopo è comunicare le emozioni attraverso la musica: eccitazione,
nostalgia, conflitto, passione. Utilizzo prevalentemente la melodia
perché credo sia il miglior mezzo per esprimerle";
scelta che invece è perfettamente logica e legittima
anche nell'ottica di raggiungere il più vasto pubblico possibile senza
snaturare la propria arte.
Mertens, quindi, si muove in una propria dimensione
riuscendo a far coincidere diverse e differenti sollecitazioni
producendo una musica allo stesso tempo cerebrale e comunicativa. Così
se i primi lavori discografici Vergessen, Struggle for
pleasure o in maniera già più slegata Maximizing the
audience, sono opere nelle quali la ripetizione seriale e quasi
ipnotica di cluster richiama fortemente al minimalismo, sempre più il
pianista e compositore belga si è allontanato da esso e, pur mantenendo
un sistema compositivo austero - quasi francescano si direbbe - ha
introdotto nuovi elementi di melodia ed armonia rendendolo meno rigido
così da dargli nuove connotazioni emozionali. Ecco
allora che dischi come lo strepitoso live del 1993 Epic that never
was, Stratégie de la rupture, Jardin clos
o il commovente Integer valor rappresentano degli ottimi
esempi di opere di musica contemporanea, originali e pervasi da una
sorta di spiritualità laica, senza avere la supponenza di tanta parte
del minimalismo, o la saturazione concettuale della musica "colta".
Quella di Mertens è una "Petit
musique de chambre", come l'ha definita egli stesso, che nasce
da piccole intuizioni, da accostamenti ricercati, ma che sa comunque
infiammare gli animi; composizioni che riescono a far convivere la
serialità con l'esuberanza barocca in lucide partiture che si reggono
sulla magia poetica di voli melodici e connotazione sperimentale.
With no need for seeds è il quinto volume
della serie Years without history che, senza un ordine
cronologico, documenta l'attività concertistica ventennale di Mertens:
il primo volume, infatti, contiene un concerto di Parigi del 1992 in duo
con il suo alter ego musicale Dirk Descheemaeker, il secondo e il terzo
due concerti del 1998 - da solo a Danzica e con una piccola ensemble a
Brugge - il quarto del 2002 ancora a Danzica ma con la stessa ensemble
di Brugge. Anche se è l'ultimo uscito, questo quinto volume -
registrato a Madrid nel 1986 - rappresenta il documento più vecchio, di
un Mertens ancora acerbo ma già instradato in un percorso soggettivo.
Apre il disco l'inedita Apart from the one in
cui Mertens dialoga con se stesso al pianoforte e spiegando il suo
particolarissimo canto in falsetto, canto fatto di suoni e non di
parole; il brano scorre giustapponendo la spinta ritmica della mano
sinistra all'azione, quasi clavicembalistica, della destra che funge da
contrappunto. Zweierlei, altro inedito che rappresenta il
minimalismo allo stato puro, è affidato ad un contagioso movimento
circolare del flauto che, delicatamente coadiuvato dal clarinetto e dal
violino, enuncia solitario una struggente e pensosa melodia. Non c'è
altra concessione, né al ritmo, né alla variazione, ma la sensazione
di abbandono, di fatalità deriva dalla semplice ripetizione. Seguono
due brani tratti da Mazimizing the audience - forse il disco
più interessante della prima parte della carriera di Mertens: il primo
Whisper me come una lunga catarsi tiene sospeso
l'ascoltatore al delicato motivo suonato dal pianoforte e alle voci
soprano che ne fanno da contro-canto. La sensazione è di qualcosa in
divenire, di attesa verso ciò che deve arrivare, che deve manifestarsi,
una presenza, un agente risolutore. Il brano sembra quasi incompiuto,
non risolto, tanta è la tensione che riesce ad accumulare e che,
volutamente, non scarica. Eppure l'accordo risolutore è lì, a portata
di mano, ma Mertens deliberatamente - quasi sadicamente verrebbe da dire
- non lo suona, lo lascia solo intendere. Il
secondo The fosse è un classico di Mertens, un brano
intriso di una profonda spiritualità dove sono ancora le voci a
ripetere, e a variare impercettibilmente, la medesima cadenza
malinconica ma allo stesso tempo carica di gioia. L'ultimo brano -
tratto da Struggle for pleasure - è l'altrettanto classico
Close cover, sorta di piccola sonata per pianoforte solo che
spesso chiude i concerti del fiammingo lasciando nell'ascoltatore una
sensazione di serena tranquillità.
* Claudio Fabretti ondarock.it
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