venerdì, novembre 05, 2004
Non ha vinto Bush (è dio che ha salvato gli USA)
Premessa: nessuno dei due mi piaceva, certo mi sarei turato il naso e avrei votato Kerry, comunque convinto che poco sarebbe cambiato. Detto questo...
Non sembri un controsenso, ma per quello che ne capisco io non è stato Bush a vincere le elezioni, ma Kerry a perderle. E sonoramente. E senza possibile giustificazione. L'elettorato statunitense ha scelto - giustamente - il candidato che pareva più sicuro, quello con cui si rischiava meno, quello che gli avrebbe consentito di riempire per bene il serbatoio del jeeppone cilindrata 5000, o di tenere stretto tra le mani un bel fucile semi-automatico. Bush lo conoscevano già, con i suoi pregi (!) e i suoi difetti; Kerry era la novità, l'uomo da scoprire che evidentemente non si è fatto apprezzare - del resto con quella faccia da carciofo rinsecchito! - che con le mezze verità dette e non dette non si è fatto conoscere, non ha dato l'illusione, perché di illusione si tratta, che ci si possa fidare di lui. Cosa che invece è ben riuscita a Bush.
Bush ha vinto solleticando i "valori", quelli del nazionalismo a stelle e strisce, quelli della Patria e dell'onore, del sano vecchio imperialismo, "noi siamo con Dio e Dio è con noi" (Gott mit uns non lo diceva qualcun'altro?). Poco importa che abbia scavato un abisso nei conti pubblici, che abbia fatto sua la politica del "mi piglio ciò che mi serve, anche a mano armata", che il tutto si svolga in un piano internazionale completamente destabilizzato, privo di certezze oggettive, in un pianeta ambientalmente allo sfascio, con una economia che si basa sullo sfruttamento di risorse esauribili e in esaurimento, nello sforzo ottuso di inseguire il "migliore dei mondi possibili" facendosi di fatto continuamente del male. Ha dato ai suoi elettori ciò che volevano. Li ha ammaliati con le promesse e li ha comquistati. Poco importa se queste promesse non sarà in grado di mantenerle, o le manterrà con gravi danni, mica a lui, agli altri.
Kerry aveva due strade per battere Bush: combatterlo a viso aperto e dimostrare che l'eden promesso si sarebbe rivelato vacuo o troppo drammatico. Trovare una soluzione alternativa. Combattere Bush proprio sul piano "morale" smascherando le sue bugie, i suoi tornaconto, non dire - come ha fatto - che l'Iraq è stato un "errore", ma dire che è stato un "colossale affare". Del resto se a sinistra i siti internet, i blog, i libri, i film - la cui punta dell'iceberg possiamo indentificarla con Fahrenheit 9/11 - presentano l'altra faccia di Bush, quella più corrotta, e Kerry non fa nessun riferimento a questo, cosa deve pensare l'elettore? O che sono tutte balle, o che comunque Bush l'ha fatto per il suo paese. Ma Kerry, come le tre scimmiette, non ha fatto nulla di tutto questo. E questo è stato il primo errore.
La seconda strada, più difficile ma sicuramente più soddisfacente e redditizia, era quella di ignorare completamente Bush e presentare le cose così come sono, i conti che non tornano, le strategie sbagliate, le scelte discutibili e fissare precise condizioni e soluzioni: magari correndo il rischio di essere impopolare ma presentare un programma chiaro di risanamento e sacrifici che portasse il proprio paese ad essere qualcosa di più di una super-potenza invisa ai più. Sono convinto che l'elettorato USA non sia stupido, le cose magari avrebbero urtato la sua suscettibilità di "mr.perfettini" ma le avrebbe capite e sicuramente le avrebbe apprezzate. Avrebbe avuto stima di un uomo che mette in gioco la sua faccia per il bene comune. Ma anche questo non è stato fatto ed è stato il secondo errore.
Kerry si è limitato a far intendere ma non ammettere, a lanciare il sasso e nascondere la mano, a dire quanto incapace fosse stato Bush e che lui è più bravo. Deludente; soprattutto per il popolo che vuole l'uomo forte, deciso, risolutore.
Così Bush ha fatto incetta di voti negli Stati centrali, più a vocazione rurale e meno colti, dove la crisi si fa sentire maggiormente, dove il "mito americano" è più forte, dove Bibbia e Harley Davison sono il pane quotidiano, dove se qualcuno non dice - e Kerry non l'ha fatto - che per non dipendere dai Sauditi non è legittimo prendersi con le armi il petrolio di uno Stato sovrano, si pensa che sia un atto dovuto. Anche inventando balle su armi di distruzione di massa. Mentre Kerry ha avuto i favori degli Stati costieri orientali e occidentali, più ricchi e colti ma anche più disincantati, che sono convinto l'abbiano votato solo perché "geneticamente" incapaci di votare conservatore.
Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ad esempio sul fatto che la troppa esposizione porta alla saturazione (vedi il "tutti contro Bush" che a molti alla fine l'ha reso simpatico), sul fatto che i democratici USA sono praticamente azzerati, sul fatto che l'Europa conti proprio nulla negli USA ("piuttosto che dare una soddisfazione all'Europa mi faccio impiccare al pennone più alto"... "e voto Bush") o sul fatto che abbiamo imboccato un modello di sviluppo economico paranoico e senza uscita. Ma io sono stanco di scrivere e voi di leggere, almeno i coraggiosi che qui sono arrivati.
Non parlerò più di elezioni; ci ritroveremo qui il primo martedì di novembre del prossimo anno bisestile per lo scontro Jeb Bush / Hillary Clinton.
Non sembri un controsenso, ma per quello che ne capisco io non è stato Bush a vincere le elezioni, ma Kerry a perderle. E sonoramente. E senza possibile giustificazione. L'elettorato statunitense ha scelto - giustamente - il candidato che pareva più sicuro, quello con cui si rischiava meno, quello che gli avrebbe consentito di riempire per bene il serbatoio del jeeppone cilindrata 5000, o di tenere stretto tra le mani un bel fucile semi-automatico. Bush lo conoscevano già, con i suoi pregi (!) e i suoi difetti; Kerry era la novità, l'uomo da scoprire che evidentemente non si è fatto apprezzare - del resto con quella faccia da carciofo rinsecchito! - che con le mezze verità dette e non dette non si è fatto conoscere, non ha dato l'illusione, perché di illusione si tratta, che ci si possa fidare di lui. Cosa che invece è ben riuscita a Bush.
Bush ha vinto solleticando i "valori", quelli del nazionalismo a stelle e strisce, quelli della Patria e dell'onore, del sano vecchio imperialismo, "noi siamo con Dio e Dio è con noi" (Gott mit uns non lo diceva qualcun'altro?). Poco importa che abbia scavato un abisso nei conti pubblici, che abbia fatto sua la politica del "mi piglio ciò che mi serve, anche a mano armata", che il tutto si svolga in un piano internazionale completamente destabilizzato, privo di certezze oggettive, in un pianeta ambientalmente allo sfascio, con una economia che si basa sullo sfruttamento di risorse esauribili e in esaurimento, nello sforzo ottuso di inseguire il "migliore dei mondi possibili" facendosi di fatto continuamente del male. Ha dato ai suoi elettori ciò che volevano. Li ha ammaliati con le promesse e li ha comquistati. Poco importa se queste promesse non sarà in grado di mantenerle, o le manterrà con gravi danni, mica a lui, agli altri.
Kerry aveva due strade per battere Bush: combatterlo a viso aperto e dimostrare che l'eden promesso si sarebbe rivelato vacuo o troppo drammatico. Trovare una soluzione alternativa. Combattere Bush proprio sul piano "morale" smascherando le sue bugie, i suoi tornaconto, non dire - come ha fatto - che l'Iraq è stato un "errore", ma dire che è stato un "colossale affare". Del resto se a sinistra i siti internet, i blog, i libri, i film - la cui punta dell'iceberg possiamo indentificarla con Fahrenheit 9/11 - presentano l'altra faccia di Bush, quella più corrotta, e Kerry non fa nessun riferimento a questo, cosa deve pensare l'elettore? O che sono tutte balle, o che comunque Bush l'ha fatto per il suo paese. Ma Kerry, come le tre scimmiette, non ha fatto nulla di tutto questo. E questo è stato il primo errore.
La seconda strada, più difficile ma sicuramente più soddisfacente e redditizia, era quella di ignorare completamente Bush e presentare le cose così come sono, i conti che non tornano, le strategie sbagliate, le scelte discutibili e fissare precise condizioni e soluzioni: magari correndo il rischio di essere impopolare ma presentare un programma chiaro di risanamento e sacrifici che portasse il proprio paese ad essere qualcosa di più di una super-potenza invisa ai più. Sono convinto che l'elettorato USA non sia stupido, le cose magari avrebbero urtato la sua suscettibilità di "mr.perfettini" ma le avrebbe capite e sicuramente le avrebbe apprezzate. Avrebbe avuto stima di un uomo che mette in gioco la sua faccia per il bene comune. Ma anche questo non è stato fatto ed è stato il secondo errore.
Kerry si è limitato a far intendere ma non ammettere, a lanciare il sasso e nascondere la mano, a dire quanto incapace fosse stato Bush e che lui è più bravo. Deludente; soprattutto per il popolo che vuole l'uomo forte, deciso, risolutore.
Così Bush ha fatto incetta di voti negli Stati centrali, più a vocazione rurale e meno colti, dove la crisi si fa sentire maggiormente, dove il "mito americano" è più forte, dove Bibbia e Harley Davison sono il pane quotidiano, dove se qualcuno non dice - e Kerry non l'ha fatto - che per non dipendere dai Sauditi non è legittimo prendersi con le armi il petrolio di uno Stato sovrano, si pensa che sia un atto dovuto. Anche inventando balle su armi di distruzione di massa. Mentre Kerry ha avuto i favori degli Stati costieri orientali e occidentali, più ricchi e colti ma anche più disincantati, che sono convinto l'abbiano votato solo perché "geneticamente" incapaci di votare conservatore.
Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ad esempio sul fatto che la troppa esposizione porta alla saturazione (vedi il "tutti contro Bush" che a molti alla fine l'ha reso simpatico), sul fatto che i democratici USA sono praticamente azzerati, sul fatto che l'Europa conti proprio nulla negli USA ("piuttosto che dare una soddisfazione all'Europa mi faccio impiccare al pennone più alto"... "e voto Bush") o sul fatto che abbiamo imboccato un modello di sviluppo economico paranoico e senza uscita. Ma io sono stanco di scrivere e voi di leggere, almeno i coraggiosi che qui sono arrivati.
Non parlerò più di elezioni; ci ritroveremo qui il primo martedì di novembre del prossimo anno bisestile per lo scontro Jeb Bush / Hillary Clinton.









