Atlantic
2004
Sono parecchi giorni che tento di scrivere
questa recensione su Elegia ma mi par di soffrire di una
particolare crisi dello scrittore. Non riesco ad avvicinarmi
all'argomento, ci giro intorno, scrivo frasi inutili. Allora ho pensato:
"partiamo da questo. Perché fatico a scriverne?" La
risposta può essere solo una: perché Paolo Conte per me è più che un
musicista, è un punto di riferimento, una presenza che da
sempre fa parte della mia vita. Paolo Conte - pur avendoci solo
scambiato due chiacchiere una volta - lo considero un amico, mi è
simpatico, mi contagia la sua timidezza e la sua ritrosia, mi affascina
la sua faccia così particolare d'uomo forte e generoso, la sua voce
uguale a nessun'altra, mi conquista
con il suo mondo fatto di nostalgie d'inizio secolo e di mai così
poetici anni '50. Paolo Conte per me è una suggestione, è parola che vibra, una
melodia che m'avvolge, sono "due note e il ritornello era già nella [mia]
pelle"...
Cosa scrivere allora di questo Elegia? Cosa poter
dire di un disco come questo che non risulti banale, già detto? L'unica
scelta è quella di affidarsi al cuore, a ciò che le canzoni ispirano,
semplicemente ascoltare e lasciare da parte ciò che da un disco - così tanto atteso - ci si
potrebbe aspettare. Perché ogni disco di Conte è parte di un suo mondo
personale più grande, è una sfaccettatura di un suo sentire, rinnova e re-inventa le
suggestioni, alimenta la magia, crea nuove connessioni su vecchie strade.
Conte nelle sue canzoni ha sempre narrato storie
- o meglio le ha accennate - tratteggiandone più che descrivendone i
personaggi e lasciando che sia l'ascoltatore a crearsi interamente la
scena; come dimenticare Diavolo Rosso, i due amanti "scaraventati
dall'amore in quella stanza" in una Parigi trasudante pioggia?
Come scordare Max, Angiolino, chi stava "dietro le quinte,
ingolfato di swing e di lacrime"? Personaggi suggestivi,
presenze dietro le quali per ritrosia il cantautore astigiano si è
quasi nascosto per mascherare sé stesso raccontando le vicende di
altri.
In questo suo ultimo disco, invece, molte cose cambiano: i suoi
personaggi si ritraggono, quasi si mettono alle sue spalle e lo spronano
a parlare in prima persona. Come in nessun altro disco Conte dice di
sé, racconta in modo nostalgico e quasi trasognato ciò che prova oggi,
nel presente. E lo fa in modo quasi scarno, disadorno: le parole dicono
e non dicono - come sempre del resto - le melodie e gli arrangiamenti
indugiano in un certo languore, in una essenzialità che al primo
ascolto può dare una falsa sensazione di povertà. Sentire nel
presente, dicevo, ma non "il" presente: ancora una volta,
infatti, Conte - che per sua stessa ammissione non sa cantare la
contemporaneità - si rivolge al passato, a mai definite atmosfere di un
secolo, magari idealizzato ma oramai lontano, sia nel tempo, sia nella
sensibilità. "La memoria è incantata" dice in La
casa cinese così i ricordi si stemperano in ambientazioni nebbiose,
paesaggi sfuggenti, città incantate, piccole situazioni che diventano
sintomi.
Esempio perfetto di cosa sia questo disco è proprio la
canzone che gli dà il titolo, Elegia: il testo incanta, non può
essere più esplicito ed enigmatico allo stesso tempo. "Avevo
una passione per la musica / di ruggine / nerastra tinta a caldo di
caligine / metropoli / le tentazioni andavano e venivano / cosa farò di
me?" Pare quasi di sentirla questa musica densa, quasi
materiale e carica di umori. La stessa musica nella quale in Molto
lontano Conte dice di volersi abbandonare ("là voglio
arrendermi / in braccio a una musica / che chiuda il discorso / delle
affinità, / forte e petomane / scritta da diavolo / in spregio evidente
/ della civiltà") tra la fisarmonica che languida lascia il
posto a clarinetto e fagotto. Ancora la musica è protagonista nella
surreale Il regno del tango dove Conte racconta la storia di uno
scalcagnato "tanguero encantador" che, trattato in malo
modo dalla padrona di un cinema, le aizza contro il bandoneon "bandoneon,
vecchio leon / mordila...".
Non manca neppure l'ironia come in Sandwich man dove
un uomo ridotto a "cartellone di cinema che passeggia per la
città" si nasconde dall'amore e dall'amata ("voglio
gli indiani, non voglio l'amor!") o nella swingante Frisco -
l'etrusca - dove la città americana viene paragonata alle città
dell'antichità, Babilonia, Ninive, Luxor, o in nelle particolari
armonie di Non ridere in cui un piccolo incidente diventa
pretesto per una riflessione più ampia "Siamo angeli stregati
da infinita allegria".
Affiorano i ricordi e una certa quieta tristezza ne "La
nostalgia del Mocambo", quarto capitolo della saga: una nuova
donna - anche questa sembra straniera - lo stesso ambiente maron, i ragazzi
del 73 che bussano alla porta e una atmosfera di attesa stemperata dal
contrasto con "un ritmo sconfinato di rumba / che se ne va per
la città". Ma forse è meglio lasciarsi cullare da un atavico Sonno
elefante, dispensatore di tranquillità e magia che lascia "senza
pensare più, senza capire più" sottolineato da una delle più
belle melodie del disco. La canzone che più mi affascina però, è una
delle più intense canzoni d'amore che io abbia sentito e non solo da
Conte: Bamboolah. Colpisce il genuino e disincantato sentimento -
"Bamboolah, sono un pesce da friggere" - e, forse, il
rimpianto per una storia svanita "Bamboolah, ero un libro da
leggere, / Bamboolah, lo capivi anche tu, / Bamboolah, meritava anche
leggerlo, / Bamboolah, e non sorriderci su...".
Lascio a voi l'ascolto di questi brani e degli altri che
non ho citato perché, sono certo, ognuno avrà una sua particolare
visione e personale sensibilità. Non so se questo sia "il"
più bel disco di Conte come dice qualcuno. Non mi interessa neppure fare delle
classifiche. Certo è che Elegia, che al primo ascolto può
sembrare freddo e che si lascia scoprire nei successivi ascolti, è
un'altro ottimo lavoro che trascende le mode, i luoghi comuni; è un
segno tangibile di cosa è l'arte - anzi l'Arte - in particolare quella
di uno dei più intensi e originali cantautori che dal 1974 dispensa
storie e magia.
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