di Jazzer 

Paolo Conte: Elegia

Atlantic 2004


Paolo Conte: Elegia
  1. Elegia
  2. Sandwich man
  3. La casa cinese
  4. Frisco
  5. Chissà
  6. Molto lontano
  7. Non ridere
  8. Il regno del tango
  9. Bamboolah
  10. La nostalgia del Mocambo
  11. Sonno elefante
  12. India
  13. La vecchia giacca nuova

Paolo Conte: voce e pianoforte
Andrea Agostinelli: violoncello
Giancarlo Bianchetti: chitarra
Sergio Boni: corno francese
Lucio Caliendo: batteria, oboe
Stefano Canuti: fagotto
Claudio Chiara: flauto, sax alto e tenore, contabbasso
Daniele Dall'Omo: chitarra e steel guitar
Daniele Di Gregorio: batteria, percussioni e pianoforte
Maurizio Mallen: bassotuba
Luca Marziali: violino
Federico Micheli: violino
Libero Pellacani: trombone
Massimo Pitzianti: sax baritono e soprano, clarinetto, pianoforte, fisarmonica e bandoneon
Jino Touche: contrabbasso
Aurelio Venanzi: viola


   Sono parecchi giorni che tento di scrivere questa recensione su Elegia ma mi par di soffrire di una particolare crisi dello scrittore. Non riesco ad avvicinarmi all'argomento, ci giro intorno, scrivo frasi inutili. Allora ho pensato: "partiamo da questo. Perché fatico a scriverne?" La risposta può essere solo una: perché Paolo Conte per me è più che un musicista, è un punto di riferimento, una presenza che da sempre fa parte della mia vita. Paolo Conte - pur avendoci solo scambiato due chiacchiere una volta - lo considero un amico, mi è simpatico, mi contagia la sua timidezza e la sua ritrosia, mi affascina la sua faccia così particolare d'uomo forte e generoso, la sua voce uguale a nessun'altra, mi conquista con il suo mondo fatto di nostalgie d'inizio secolo e di mai così poetici anni '50. Paolo Conte per me è una suggestione, è parola che vibra, una melodia che m'avvolge, sono "due note e il ritornello era già nella [mia] pelle"...
   Cosa scrivere allora di questo Elegia? Cosa poter dire di un disco come questo che non risulti banale, già detto? L'unica scelta è quella di affidarsi al cuore, a ciò che le canzoni ispirano, semplicemente ascoltare e lasciare da parte ciò che da un disco - così tanto atteso - ci si potrebbe aspettare. Perché ogni disco di Conte è parte di un suo mondo personale più grande, è una sfaccettatura di un suo sentire, rinnova e re-inventa le suggestioni, alimenta la magia, crea nuove connessioni su vecchie strade.
   Conte nelle sue canzoni ha sempre narrato storie - o meglio le ha accennate - tratteggiandone più che descrivendone i personaggi e lasciando che sia l'ascoltatore a crearsi interamente la scena; come dimenticare Diavolo Rosso, i due amanti "scaraventati dall'amore in quella stanza" in una Parigi trasudante pioggia? Come scordare Max, Angiolino, chi stava "dietro le quinte, ingolfato di swing e di lacrime"? Personaggi suggestivi, presenze dietro le quali per ritrosia il cantautore astigiano si è quasi nascosto per mascherare sé stesso raccontando le vicende di altri.
   In questo suo ultimo disco, invece, molte cose cambiano: i suoi personaggi si ritraggono, quasi si mettono alle sue spalle e lo spronano a parlare in prima persona. Come in nessun altro disco Conte dice di sé, racconta in modo nostalgico e quasi trasognato ciò che prova oggi, nel presente. E lo fa in modo quasi scarno, disadorno: le parole dicono e non dicono - come sempre del resto - le melodie e gli arrangiamenti indugiano in un certo languore, in una essenzialità che al primo ascolto può dare una falsa sensazione di povertà. Sentire nel presente, dicevo, ma non "il" presente: ancora una volta, infatti, Conte - che per sua stessa ammissione non sa cantare la contemporaneità - si rivolge al passato, a mai definite atmosfere di un secolo, magari idealizzato ma oramai lontano, sia nel tempo, sia nella sensibilità. "La memoria è incantata" dice in La casa cinese così i ricordi si stemperano in ambientazioni nebbiose, paesaggi sfuggenti, città incantate, piccole situazioni che diventano sintomi.
   Esempio perfetto di cosa sia questo disco è proprio la canzone che gli dà il titolo, Elegia: il testo incanta, non può essere più esplicito ed enigmatico allo stesso tempo. "Avevo una passione per la musica / di ruggine / nerastra tinta a caldo di caligine / metropoli / le tentazioni andavano e venivano / cosa farò di me?" Pare quasi di sentirla questa musica densa, quasi materiale e carica di umori. La stessa musica nella quale in Molto lontano Conte dice di volersi abbandonare ("là voglio arrendermi / in braccio a una musica / che chiuda il discorso / delle affinità, / forte e petomane / scritta da diavolo / in spregio evidente / della civiltà") tra la fisarmonica che languida lascia il posto a clarinetto e fagotto. Ancora la musica è protagonista nella surreale Il regno del tango dove Conte racconta la storia di uno scalcagnato "tanguero encantador" che, trattato in malo modo dalla padrona di un cinema, le aizza contro il bandoneon "bandoneon, vecchio leon / mordila...".
   Non manca neppure l'ironia come in Sandwich man dove un uomo ridotto a "cartellone di cinema che passeggia per la città" si nasconde dall'amore e dall'amata ("voglio gli indiani, non voglio l'amor!") o nella swingante Frisco - l'etrusca - dove la città americana viene paragonata alle città dell'antichità, Babilonia, Ninive, Luxor, o in nelle particolari armonie di Non ridere in cui un piccolo incidente diventa pretesto per una riflessione più ampia "Siamo angeli stregati da infinita allegria".
   Affiorano i ricordi e una certa quieta tristezza ne "La nostalgia del Mocambo", quarto capitolo della saga: una nuova donna - anche questa sembra straniera - lo stesso ambiente maron, i ragazzi del 73 che bussano alla porta e una atmosfera di attesa stemperata dal contrasto con "un ritmo sconfinato di rumba / che se ne va per la città". Ma forse è meglio lasciarsi cullare da un atavico Sonno elefante, dispensatore di tranquillità e magia che lascia "senza pensare più, senza capire più" sottolineato da una delle più belle melodie del disco. La canzone che più mi affascina però, è una delle più intense canzoni d'amore che io abbia sentito e non solo da Conte: Bamboolah. Colpisce il genuino e disincantato sentimento - "Bamboolah, sono un pesce da friggere" - e, forse, il rimpianto per una storia svanita "Bamboolah, ero un libro da leggere, / Bamboolah, lo capivi anche tu, / Bamboolah, meritava anche leggerlo, / Bamboolah, e non sorriderci su...".
   Lascio a voi l'ascolto di questi brani e degli altri che non ho citato perché, sono certo, ognuno avrà una sua particolare visione e personale sensibilità. Non so se questo sia "il" più bel disco di Conte come dice qualcuno. Non mi interessa neppure fare delle classifiche. Certo è che Elegia, che al primo ascolto può sembrare freddo e che si lascia scoprire nei successivi ascolti, è un'altro ottimo lavoro che trascende le mode, i luoghi comuni; è un segno tangibile di cosa è l'arte - anzi l'Arte - in particolare quella di uno dei più intensi e originali cantautori che dal 1974 dispensa storie e magia.


|