Act
2003
Seven days of falling... ovvero "della maturità".
Con questo lavoro, gli svedesi E.S.T. pubblicano il loro settimo disco per
la Act, quello che sicuramente è da considerarsi il loro disco più
maturo, più intenso e più sfaccettato.
Sarà necessario d'ora in poi definire questo trio non più
come il trio di Esbjörn Svensson, ma direttamente con il proprio nome
collettivo - E.S.T. appunto - in quanto, mai come in questo loro CD
e nelle ultime esibizioni dal vivo, la formazione appare compatta,
un'unica entità formata da tre teste pensanti distinte, ma
perfettamente in sintonia quando si tratta di creare, sviluppare e
perseguire gli itinerari musicali programmati.
Qual è la novità di E.S.T.? Credo che la cosa che
colpisce per prima nel progetto musicale di questo gruppo sia l'aver
inserito in un contesto sostanzialmente tradizionale per il jazz, ovvero
il trio pianoforte / contrabbasso / batteria, elementi di novità
ottenuti con particolari accorgimenti tecnici che integrano, senza
assolutamente intaccare o contrastare, il classicismo di fondo del
gruppo. E.S.T. utilizzano strumenti acustici, ma l'uso del distorsore
applicato al contrabbasso, l'inserire oggetti tra le corde del
pianoforte che a volte vengono direttamente percosse con le mani, la
particolare ripresa sonora della batteria lo arricchiscono senza
peraltro stravolgerne la natura; E.S.T. così non si può definire un
trio acustico, ma nemmeno un trio elettrico tout court, casomai
è una specie di ibrido, dove gli elementi meno formali non sono
predominanti, ma asserviti all'espressione musicale.
Questo Seven days of falling, pur essendo a
tutti gli effetti un disco di stampo E.S.T., è indubbiamente diverso
dai precedenti, ma per chi ha seguito il percorso artistico di questi
musicisti appare come un logico sviluppo della loro musica, con un lento
ma progressivo allontanamento dai canoni jazzistici tradizionali per
spingersi in una nuova dimensione dove il jazz è quasi un pretesto per
creare del nuovo, mascherandolo e mischiandolo con elementi quali il
drum & bass o il rock alternativo (quello dei Radiohead per
capirci). Rispetto al precedente Strange place for snow
dove i brani erano costruiti su solide basi armoniche di temi ben
strutturati, è ora evidente che agli E.S.T. piace semplificare - magari
solo in apparenza - la loro musica, ma non per questo farla
diventare meno evocativa; i temi sono essenziali, costruiti con poche
note, su giri armonici - che spesso diventano dei pedali - scanditi dal
pianoforte su cui hanno buon gioco le divagazioni visionarie del
contrabbasso di Berglund e il drumming non convenzionale di Oström. L'elemento
elettrico non ha mai il sopravvento sull'improvvisazione che è ben
presente, sia nel pianoforte, sia negli assoli spesso fuori dagli schemi
del contrabbasso, quasi delle cavalcate distorte, come quello
prettamente chitarristico di Elevation of love. La
batteria merita un discorso a parte: Oström non è un batterista
rigorosamente jazz, ama mischiare le carte, spaziare tra gli stili
accompagnando leggero con le spazzole come in Why she couldn't
come, guidando il trio su territori rock in Did they ever
tell Cousteau? o funzionando da perfetto metronomo come in In my garage o
Mingle in the mincing-machine consentendo ai compagni ampia libertà di improvvisazione.
Così con questo ultimo loro lavoro gli E.S.T. ci fanno
compiere un ennesimo viaggio nel loro mondo sonoro fatto di melodie
malinconiche come nell'introduttiva Ballad for the unborn,
nei brani costruiti per contrasti tra vuoto e pieno, come in Seven
days of falling dove alla melodia orecchiabile esposta dal piano
fa eco il pedale di basso distorto su cui Svensson può improvvisare tra
le esplosioni ritmiche della batteria. In perfetta contrapposizione tra
loro sono anche la frenetica Mingle in the mincing-machine
dove l'assolo di piano ha un sapore decisamente monkiano, e la dolcezza
della ballad Believe, beleft, below, il cui tema sognante e
cantabile viene anche usato nella traccia nascosta Love is real
cantata da Josh Haden, figlio di Charlie, con cui Svensson ha
collaborato negli ottimi Spain. Il disco si chiude con la
visionaria O.D.R.I.P. in cui su un reiterato giro di basso,
Svensson si lascia andare ad una cavalcata in puro stile jarrettiano.
Per concludere si può dire che questo CD, dalla bellezza
intensa ed ipnotica, è un'ottima finestra sul lavoro degli E.S.T. e di
un certo modo di intendere il jazz oggi; potrà piacere o meno ma senza
dubbio è necessario confrontarsi con esso se non altro per capire la
strada, o meglio una delle strade intraprese. Una cosa è certa: le idee
non mancano, che ne dicano le cassandre che si ostinano a dire che il
jazz è morto.
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