- NOVEMBRE 2003 - 

E.S.T. (Esbjörn Svensson Trio): Seven days of falling

Act 2003


E.S.T.: Seven days of falling

esbjorn svensson trio.com
act.com

  1. Ballad for the unborn
  2. Seven days of falling
  3. Mingle in the mincing-machine
  4. Evening in Atlantis
  5. Did they ever tell Cousteau?
  6. Believe, beleft, below
  7. Elevation of love
  8. In my garage
  9. Why she couldn't come
  10. O.D.R.I.P.
  11. (Love is real)

Esbjörn Svensson: pianoforte
Dan Berglund: contrabbasso
Magnus Oström: batteria

Josh Haden: voce in Love is real


   Seven days of falling... ovvero "della maturità". Con questo lavoro, gli svedesi E.S.T. pubblicano il loro settimo disco per la Act, quello che sicuramente è da considerarsi il loro disco più maturo, più intenso e più sfaccettato.
   Sarà necessario d'ora in poi definire questo trio non più come il trio di Esbjörn Svensson, ma direttamente con il proprio nome collettivo - E.S.T. appunto - in quanto, mai come in questo loro CD e nelle ultime esibizioni dal vivo, la formazione appare compatta, un'unica entità formata da tre teste pensanti distinte, ma perfettamente in sintonia quando si tratta di creare, sviluppare e perseguire gli itinerari musicali programmati.
   Qual è la novità di E.S.T.? Credo che la cosa che colpisce per prima nel progetto musicale di questo gruppo sia l'aver inserito in un contesto sostanzialmente tradizionale per il jazz, ovvero il trio pianoforte / contrabbasso / batteria, elementi di novità ottenuti con particolari accorgimenti tecnici che integrano, senza assolutamente intaccare o contrastare, il classicismo di fondo del gruppo. E.S.T. utilizzano strumenti acustici, ma l'uso del distorsore applicato al contrabbasso, l'inserire oggetti tra le corde del pianoforte che a volte vengono direttamente percosse con le mani, la particolare ripresa sonora della batteria lo arricchiscono senza peraltro stravolgerne la natura; E.S.T. così non si può definire un trio acustico, ma nemmeno un trio elettrico tout court, casomai è una specie di ibrido, dove gli elementi meno formali non sono predominanti, ma asserviti all'espressione musicale.
   Questo Seven days of falling, pur essendo a tutti gli effetti un disco di stampo E.S.T., è indubbiamente diverso dai precedenti, ma per chi ha seguito il percorso artistico di questi musicisti appare come un logico sviluppo della loro musica, con un lento ma progressivo allontanamento dai canoni jazzistici tradizionali per spingersi in una nuova dimensione dove il jazz è quasi un pretesto per creare del nuovo, mascherandolo e mischiandolo con elementi quali il drum & bass o il rock alternativo (quello dei Radiohead per capirci). Rispetto al precedente Strange place for snow dove i brani erano costruiti su solide basi armoniche di temi ben strutturati, è ora evidente che agli E.S.T. piace semplificare - magari solo in apparenza - la loro musica, ma non per questo farla diventare meno evocativa; i temi sono essenziali, costruiti con poche note, su giri armonici - che spesso diventano dei pedali - scanditi dal pianoforte su cui hanno buon gioco le divagazioni visionarie del contrabbasso di Berglund e il drumming non convenzionale di Oström. L'elemento elettrico non ha mai il sopravvento sull'improvvisazione che è ben presente, sia nel pianoforte, sia negli assoli spesso fuori dagli schemi del contrabbasso, quasi delle cavalcate distorte, come quello prettamente chitarristico di Elevation of love. La batteria merita un discorso a parte: Oström non è un batterista rigorosamente jazz, ama mischiare le carte, spaziare tra gli stili accompagnando leggero con le spazzole come in Why she couldn't come, guidando il trio su territori rock in Did they ever tell Cousteau? o funzionando da perfetto metronomo come in In my garage o Mingle in the mincing-machine consentendo ai compagni ampia libertà di improvvisazione.
   Così con questo ultimo loro lavoro gli E.S.T. ci fanno compiere un ennesimo viaggio nel loro mondo sonoro fatto di melodie malinconiche come nell'introduttiva Ballad for the unborn, nei brani costruiti per contrasti tra vuoto e pieno, come in Seven days of falling dove alla melodia orecchiabile esposta dal piano fa eco il pedale di basso distorto su cui Svensson può improvvisare tra le esplosioni ritmiche della batteria. In perfetta contrapposizione tra loro sono anche la frenetica Mingle in the mincing-machine dove l'assolo di piano ha un sapore decisamente monkiano, e la dolcezza della ballad Believe, beleft, below, il cui tema sognante e cantabile viene anche usato nella traccia nascosta Love is real cantata da Josh Haden, figlio di Charlie, con cui Svensson ha collaborato negli ottimi Spain. Il disco si chiude con la visionaria O.D.R.I.P. in cui su un reiterato giro di basso, Svensson si lascia andare ad una cavalcata in puro stile jarrettiano.
   Per concludere si può dire che questo CD, dalla bellezza intensa ed ipnotica, è un'ottima finestra sul lavoro degli E.S.T. e di un certo modo di intendere il jazz oggi; potrà piacere o meno ma senza dubbio è necessario confrontarsi con esso se non altro per capire la strada, o meglio una delle strade intraprese. Una cosa è certa: le idee non mancano, che ne dicano le cassandre che si ostinano a dire che il jazz è morto.



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