Bluebird
2002
Il noto critico americano Scott Yanow non sbaglia quando, parlando di
Tom Harrell, dice che il suo stile unisce assieme la potenza (e la
pulizia aggiungo io) di Clifford Brown e il lirismo di Chet Baker e
certo non temo smentite se affermo che il trombettista dell'Illinois è
uno dei più importanti jazzisti degli ultimi 20/30 anni. Questo suo
ultimo disco dal vivo mi dà l'occasione per parlarne e per presentare
una registrazione che verrà menzionata sicuramente come una delle più
importanti della sua carriera.
Harrell è indubbiamente un personaggio schivo che occupa
un posto molto personale nell'ambiente del jazz, ma è evidente che è
tenuto in grande considerazione dai colleghi musicisti visti quanti e
quali attributi di stima gli provengono da più parti. Fin da bambino
intraprese lo studio della tromba e ben presto iniziò l'attività
professionale nei gruppi dell'area di San Francisco; dopo la laurea nel
1969 a Stanford si trasferisce a New York dove collabora con grandi
musicisti quali Horace Silver (a cui questo album è dedicato), Charlie
Haden, Gerry Mulligan, Lee Konitz e Phil Woods, conseguendo premi e
riconoscimenti tra cui il danese Jazz Par. Dal 1990 con formazioni a
proprio nome incide una serie di dischi dai quali emergono in maniera
evidente quali sono i suoi pregi di strumentista e di compositore; se
come esecutore Harrell punta molto sulla purezza del suono, con
un'emissione controllata e lucida soprattutto nel registro medio dello
strumento, come compositore predilige la cantabilità dei temi e dei
passaggi dando ampio spazio ad arrangiamenti complessi ed articolati ma
senza appesantimenti, ricercando la migliore integrazione tra le voci
strumentali. Queste ultime caratteristiche sono ovviamente più presenti
nei dischi comprendenti un largo organico come Labyrinth o Paradise
nel quale interviene anche un quartetto d'archi; in
questo Live at the Village Vanguard in cui suona un
quintetto, il trombettista e i suoi partner puntano soprattutto
sull'interplay e sulla messa in evidenza delle qualità strumentali di
ognuno, potendo contare tutti e cinque su una grande capacità tecnica.
Live at the Village Vanguard contiene otto
brani, lo standard Everything happens to me e sette
composizioni originali - ed inedite - del leader. I brani, come spesso
succede dal vivo, sono dilatati per dare modo a tutti i musicisti di
sviluppare i proprio assoli e sono l'esemplificazione della notevole
capacità di Harrell di scrivere musica in modo tecnicamente stimolante,
ma allo stesso tempo accessibile all'ascoltatore. Fin dalle prime
battute è subito chiaro che il centro di gravità del quintetto è
Ugonna Okegwo che suona in modo preciso, sicuro, dando i tempi alla band
e funzionando sempre da punto di riferimento: con un contrabbassista di
questo calibro non c'è alcun problema per i colleghi ad inventare,
allontanarsi dal tema lasciandosi andare all'improvvisazione.
Il pezzo d'apertura Asia minor è un bop
veloce, dal sapore vagamente orientaleggiante, che dà modo subito di
apprezzare la bravura dei solisti: inizia Harrell con un assolo nervoso
e spigoloso, seguono prima quello torrenziale di Greene e poi quello
travolgente di Xavier Davis che conduce alla chiusura del brano con la
riesposizione del tema con i fiati all'unisono. Nel pacato Manhattan
3 A.M. sale in cattedra Okegwo sfoggiando un suono limpidissimo in
quello che è sostanzialmente un lungo suo assolo, con Harrell che
soffia appena nello strumento mentre il pianoforte e la batteria
sottolineano gentilmente la melodia. Where the rain begins -
scritta assieme alla moglie Angela - è caratterizzata dai cambiamenti
di ritmo e dalla melodia cantabile simile ad una bossa-nova,
mentre Blues in una sea non è propriamente un classico
blues ma ne ha in parte il sapore pur essendo costruito su una serie di
accordi non usuali; tra gli assoli spicca quello di Greene per il
pathos. Insolita è anche la costruzione di A child's dream
dall'andamento altalenante, forse il brano meno immediato del CD assieme
all'intenso Design che con le sue intricate architetture
armoniche e ritmiche rappresenta l'anima più free del gruppo. Davis
suona qui il pianoforte in modo martellante e insistente, i fiati si
arrampicano per le vette dei rispettivi assoli mentre Okegwo e Quincy
Davis creativamente tengono un tempo molto veloce. Nel duetto Everything
happens to me tutto cambia: il pianoforte è di una gentilezza da
incorniciare e Harrell espone la melodia e vi improvvisa quasi
sussurrando, restituendole una liricità cristallina. Il brano che
chiude il CD - Party song - sgorga da un tema funkeggiante
che ricorda alcune cose di Lee Morgan e offre la possibilità ai
musicisti di dimostrare tutta la loro bravura nell'improvvisazione.
Ho riascoltato più volte questo CD scrivendo questa
presentazione e ogni volta ci trovo qualcosa di nuovo: segno che è una
registrazione di valore e dimostrazione che ci troviamo di fronte ad un
quintetto di alta qualità, condotto con intelligenza dal leader e
supportato da giovani musicisti. Se Harrell è una conferma, la prova di
alto livello qui fornita dai suoi partner fa ben sperare bene per il
futuro.
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