...ovvero: le tante facce di Stefano Bollani.
Questo concerto è stata un'ennesima conferma
della bravura di Stefano Bollani, artista e musicista dalla sensibilità
ed eclettismo sviluppati al massimo, nel desiderio - quasi onnivoro - di
racchiudere nella propria musica tutte le musiche possibili, di
appropriarsi di gusti e sentimenti altrui, filtrarli con i propri per
ricrearli ed elaborarli, restituendoli agli ascoltatori in una veste
rinnovata. Operazione certamente non nuova nel jazz dove sostanzialmente
la riproposizione degli standard serve proprio a questo, ma nel caso di
Bollani l'operazione si allarga: se è vero che il pianista,
soprattutto quando si esibisce da solo o con il suo trio, propone alcuni
standard "storici", è altrettanto vero che ne inventa di
"nuovi".
Cosa sono in fondo gli standard, se non vecchi brani
della tradizione statunitense della prima metà del '900? A questo
punto perché non recuperare vecchie canzoni italiane, parte del nostro
patrimonio musicale, per farne dei nuovi veicoli per
l'improvvisazione?
Fondamentalmente mi pare questa l'intenzione di Bollani: un
tentativo di unire indissolubilmente la cultura europea, italiana in questo caso, con la
tradizione della musica afro-americana; ecco allora che canzoni come Averti tra le braccia,
Se non avessi più te e soprattutto
la poetica Arrivederci diventano delle ballad che nulla hanno da
invidiare per lirismo e coinvolgimento emotivo a tanti standard. Bisogna
dire che Bollani ci mette molto del suo: la sua bravura non si discute
sia nella genuina resa dei brani più ispirati, sia nei pezzi più
veloci dove davvero sfoggia una tecnica eccellente, come in Azzurro che dopo
l'esposizione della strofa diventa pretesto per un'improvvisazione dalla velocità vertiginosa
che si conclude nel ritornello. E' evidente anche la sua voglia di giocare, variare e
camuffare i temi come in Un giorno dopo l'altro trasformato in
tango lento, o nel pezzo di Porter - What is this thing called love? - che chiude con uno
sgangherato ritmo caraibico, dove riesce ad inserire il riff di Profondo rosso.
I due accompagnatori, a mio giudizio, non sono
pienamente all'altezza: Paoli ha un drumming misurato e fantasioso, è
abile nello spezzare il ritmo, scomponendolo in definite cellule tonali
a cui fanno eco i break pianisitici; Tavolazzi invece l'ho trovato
poco personale, con un suono sporco soprattutto nelle note alte e forse
non del tutto a suo agio con l'esuberanza del leader. Si limitano ad
accompagnare, peraltro in modo buono, ma davvero è difficile contenere
l'imprevedibilità di Bollani che usa tutte le possibilità della
tastiera, improvvisa per scale, per blocchi di accordi e inanellando
note in stile free, in pratica non fa mai quello che ti aspetti.
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