Splasc(H) records
2001
Che il baricentro del jazz si sia già da tempo spostato dagli Stati
Uniti all'Europa è una cosa innegabile, di cui si discute anche nelle
riviste specializzate. Rispetto ai colleghi statunitensi, in qualche
modo depositari della tradizione di quella che - solo per convenzione -
continuiamo a chiamare musica jazz, i musicisti europei hanno un
approccio diverso a questo "genere" musicale. Forse proprio il
non sentirsi direttamente eredi di tale tradizione consente agli europei
un approccio diverso al jazz, più rispettoso, più rigoroso ma allo
stesso tempo più aperto tanto da consentire una maggiore contaminazione
di stili e generi, un approccio più "umile" (per dirla come
Claudio Fayenz) che molto spesso li fa prevalere sugli statunitensi per
qualità dei prodotti finali. E tale atteggiamento si riflette anche sul
pubblico, basti pensare che già negli anni '50 Dizzy Gillespie diceva
che il jazz era troppo buono per gli americani e che solo gli europei
erano gli unici a poterlo apprezzare a pieno.
E l'Italia? A mio parere l'Italia, dopo le varie stagioni
francesi, tedesche e nordiche, a seguito di una partenza lenta frutto
soprattutto della scarsa educazione musicale italiana, vive attualmente
uno dei suoi momenti creativi e propulsivi più importanti: come
dimenticare il trionfale concerto di fine 2000 alla Town Hall di New
York di dieci musicisti italiani, ovvero: Enrico Rava, Stefano Bollani,
Danilo Rea, Gianni Tommaso, Enzo Pietropaoli, RobertoGatto, Fabrizio
Sferra, Gianluca Petrella, Rosario Giuliani e Daniele Scannapieco? E
come non citare nomi quali Enrico Pieranunzi, Salvatore Bonafede,
Giovanni Mirabassi, Pietro Tonolo e tanti altri?
Anche la produzione musicale ha risentito di questo
"rinascimento" italiano e tra le ultime diverse, belle ed
importanti uscite discografiche mi ha particolarmente impressionato il
disco che qui presento.
La prima cosa che mi ha colpito è la freschezza del jazz
suonato da questi quattro musicisti che non hanno bisogno di particolari
presentazioni. Un jazz certamente inserito nella tradizione del classico
quartetto sax / piano / contrabbasso / batteria, ma in grado di
coinvolgere con invenzioni e digressioni decisamente mediterranee; i
quattro musicisti, infatti sono in grado di coinvolgere con le loro
melodie, incuriosire con i loro sviluppi obliqui e asimmetrici, rapire
con la purezza dei loro suoni. Tutti i pezzi, qualcuno più degli altri,
sono accomunati da quest'atmosfera sospesa, fluida e traslucida prodotta
dal sax di Cisi dalla morbidezza da incorniciare, dal piano di Battaglia
dallo swing trattenuto, quasi timido, dalla ritmica fornita da Leveratto
e Sferra pastosi e penetranti.
Tutti i pezzi di questo CD meriterebbero una citazione, io
lo farò solo per quelli che più mi hanno impressionato: l'introduttivo
Mater dove sul lento incalzare del contrabbasso si sviluppa una
splendida melodia guidata dal sax, Small changes caratterizzato
dagli assoli obliqui che sembrano portare chi sa dove, ma poi ritornano
alla partenza. Divenire presenta un bel sviluppo a spirale che
caratterizza tutto il pezzo e The gambler un blues lento con uno
splendido assolo da parte del sax.
Small changes piccoli cambiamenti, quindi: piccoli
cambiamenti di stati d'animo, di sensazioni, ma certamente non statici
ed immutabili; piccoli cambiamenti, ma grande senso di incanto e di
abbandono ad una musica che può solo scaldare il cuore.
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