L'Achirana Trio, formato da Vassilis Tsabropoulos, Arild Andersen e John
Marshall, ovvero tre anime di musicisti distanti tra loro per linguaggio,
storia, provenienza geografica ed età, ma impegnati a mettere le proprie
caratteristiche ed esperienze al servizio di questo progetto comune. Un progetto
"open space" dove i tre musicisti si integrano tra loro per lavorare su di
un piano multi-dimensionale. Quasi come due mentori i più anziani ed esperti
Andersen e Marshall hanno tenuto a battesimo nel 2000 il giovane pianista greco
nel suo disco di debutto per l'ECM, Achirana appunto, e ora
l'accompagnano in un tour che ha toccato le più importanti città europee.
Per cominciare a farci un'idea di questo trio possiamo partire dal nome: "Achirana
- spiega lo stesso Tsabropoulos in un'intervista a Jazzit - è una frase indiana
che significa che chi è bello corre con la bellezza. Con la purezza... Come
dire: quando la bellezza incontra la purezza. E' una frase decisamente
spirituale. La bellezza del corpo che incontra la bellezza interiore, la
profondità dell'anima..." ed è proprio questa la prima sensazione che si prova ad ascoltare questo trio e in
particolar modo il pianismo di Tsabropoulos. E' la bellezza che regola il suo
suonare, il tocco è fin troppo preciso, pulito e brillante tale da rendere
evidente la ricerca di linearità e purezza in cui il pianista greco è
impegnato.
Tutto ciò deriva in parte
dall'ambito di provenienza del pianista trentaseienne di Atene, ovvero quello
classico. Vassilis, infatti, ha studiato con maestri quali Tatyana Nikolayeva e
Rudolf Serkin, diventando un affermato concertista, sia al piano sia come
direttore d'orchestra, prediligendo il repertorio romantico (Beethoven,
Schumann e Chopin), ma anche compositori del primo '900 come Scriabin e Prokofiev. E questo tipo di
educazione è ben presente nella sua esibizione: lineare fin a diventare a
tratti fredda, con esposizioni dei temi e improvvisazioni sempre controllate
senza indugiare in giochi d'effetto o esasperazioni, ma cercando in ogni modo
l'introspezione, il fraseggio ricercato. Forse è proprio questo il punto
debole di questo pianista: pur riconoscendogli un'ottima abilità tecnica, gli
manca la capacità di coinvolgere il pubblico sul piano emozionale. O meglio: le
emozioni ci sono, ma restano ad un livello troppo cerebrale così da sembrare
quasi cristallizzate soprattutto nei temi più lenti, rischiando di emergere
solo nei momenti più spiccatamente ritmici quando il pianista si lascia andare
e allenta le briglie del trio.
Per quanto riguarda gli altri due
componenti, è facile riconoscere il loro contributo all'interno del trio. Il
norvegese Andersen è, almeno dal punto di vista musicale, il perno centrale su
cui si fonda tutto il trio; è lui il punto di riferimento, l'ispiratore dello
svolgimento dei pezzi, colui che detta i tempi e le improvvisazioni. Il suono
potente e avvolgente del suo contrabbasso pervade il palco, coinvolge gli
ascoltatori e crea la costruzione sonora sulla quale possono interagire
pianoforte e batteria.
Il drumming di Marshall denuncia
chiaramente la sua formazione derivata dal progressive e dal jazz elettrico (Nucleus,
Soft Machine): il suono è incisivo, preciso ed a tratti perfino secco ma senza
mai rinunciare alle caratteristiche di espressività che lo hanno reso celebre.
Il suo apporto al trio è in termini di libertà, di uscita dagli schemi
talvolta un po' rigidi, sia negli accompagnamenti, sia nei frequenti pregevoli
assoli.
Un concerto tutto sommato interessante, di un jazz ad alto livello,
ma che lascia comunque un po' di amaro in bocca pensando a quello che questi musicisti
avrebbero potuto dare in più sul piano emozionale.
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